Se il turchese fosse il colore del mare, se il vento facesse vibrare le foglie delle palme, se la spiaggia fosse bianca… forse sarebbe un paradiso.
Se questa frase da sogno nel cassetto potesse tramutarsi in un’immagine reale potremmo descrivere così il nostro arrivo a Zanzibar, ciliegina sulla torta e desiderato relax di fine vacanza per la nostra prima volta nel continenete nero. Dopo un trekking impegnativo sul Kilimanjaro e una settimana in viaggio tra i safari, avevamo scelto di trascorrere alcuni giorni sull’isola di Zanzibar, senza dubbio una delle mete turistiche più ambite, soprattutto per gli italiani che inseguono il mito del bel mare tropicale.
Un po’ in controtendenza rispetto alle raccomandazioni sulle location più comuni e consigliate da agenzie viaggi, abbiamo organizzato una visita anche nella parte più a Sud, più economica e meno affollata, per poi proseguire a Est, e finire al Nord, in quelle spiagge che per prime escono nelle ricerche in Internet. Una settimana è più che sufficiente per esplorare l’isola in lungo e in largo e anche se agosto non è uno dei mesi migliori per visitarla – così avevamo letto prima della partenza, anche considerando i moltissimi italiani che ne hanno fatto una meta preferita nel bel mezzo delle vacanze estive – è senza dubbio uno dei periodi migliori per abbinare il mare turchese ad un safari nell’entroterra della Tanzania, essendo il clima in questa stagione secco e non caldo torrido. L’inverno zanzibariano, che coincide con la nostra estate, è comunque piacevole e il clima tropicale non può certo compromettere una vacanza. In questi mesi le piogge potrebbero riversarsi di tanto in tanto sulla costa e sull’arcipelago, ma non per questo dovete scoraggiarvi. Saranno episodi paseggeri e anche il mal tempo – della durata di qualche ore al massimo, niente a che vedere con la stagione delle piogge che va da marzo a giugno – non potrà togliere la bellezza paesaggistica o spegnere i colori di questo luogo. Anzi, alcune spiagge, ovvero quelle a Est dell’isola, godranno in questo periodo del clima ideale per apprendisti e appassionati di kite surfing. Se avete più tempo di una settimana, meglio abbinare al mare e al sole anche alcune escursioni più avventurose e sfruttare la permanenza con alcuni giorni di safari nei parchi. E sull’isola a parer nostro è meglio non rimanere solamente nella parte più turistica di Nungui, ricca di ristoranti, bar e con una balneazione sicura, sebbene da non perdere, ma merita senza ombra di dubbio lasciarsi alcuni giorni per ammirare il fenomeno delle maree, nella parte più indigena e meno attrezzata di strutture di accoglienza, ma ancora inesplorata dalle folle di turisti dirottati dai tour operator. Perché è proprio qui che abbiamo inaspettatamente scoperto la bellezza più intrinseca di Zanzibar, quella non costruita sul business del turismo. Se le forti maree impediscono la balneazione, la bellezza marina che rivelano e le scene di vita quotidiana che si scorgono tra la gente che non si è ancora adattata alle attività di accoglienza sono il vero e proprio valore aggiunto in questa parte dell’isola.
Il nostro viaggio a Zanzibar comincia con una gran voglia di arrivare. Il solito ritardo della Air Tanzania, comune soprattuto per i voli in tarda serata, aveva acceso ancora di più la curiosità di atterrare sull’arcipelago al largo della costa d’Africa orientale. Siamo arrivati nella notte in aeroporto, con alcune ore di ritardo rispetto alla prenotazione, effettuata autonomamente su Skyscanner e un driver prenotato tramite il nostro hotel ci accompagna comodamente a destinazione.
L’hotel sulla spiaggia di Makunduchi scelto in Booking.com è una struttura nuova, inaugurata pochi mesi fa, moderna e tra le poche nel Sud dell’isola. La nostra camera è di rara bellezza con un letto a baldacchino e un’ampia terrazza vista piscina e poi mare, all’altezza delle palme. Ma il vero spettacolo riempie i nostri occhi la mattina seguente, quando vediamo i colori accesi e il panorama in tutto il suo splendore. Ricordo la felicità di affacciarmi alla finestra, per scendere di corsa le scale e bagnare i piedi nell’acqua, e lo stupore quando dopo colazione la marea rivela coralli, ricci e alghe, colorando il mare di macchie variopinte. Qui le donne raccolgono le alghe ed è tipico vederle intente al lavoro con enormi ceste caricate in equilibrio sulla testa. Gli uomini invece vanno a pesca di polpi.

Passeggiando lungo mare uno di loro ci invita ad aggregarci alla pesca. Ci diamo appuntamento ad un dhow, una delle tante imbarcazioni in legno costruite dai pescatori dell’isola, ora con le scarpette da scoglio fornite dall’hotel ai piedi e lo seguiamo passo dopo passo schivando coralli e ricci, percorrendo circa 300 metri di distanza dalla costa, fino a voltarsi con gli occhi pieni dell’azzurro lieve del mare, dello stesso colore del cielo, interrotto in lontananza dalla sottile linea disegnata dalla sabbia bianca e dalle sagome delle palme. Dall’altra parte la marea consente di vedere i puntini dei pescatori che si sono avventurati più in là, con i loro sacchi carichi di prede e i loro bastoni affilati. Anche noi ne abbiamo uno ciascuno, come dei veri pescatori. Il ragazzo ne ha intagliati due prima di avventurarci a passeggiare in mezzo al mare, affilando con un coltello una delle estremità dei due rami. È un’emozione essere partecipi di questa routine così scontata per i locali e così rara per i turisti. Non è una di quelle escursioni organizzate e sono preziosi per noi i ricordi di questo incontro.

Nel pomeriggio visitiamo la foresta Jozani, casa delle scimmie dal pelo rosso e a pranzo c’è tempo per sorseggiare un drink e assaggiare un piatto di aragosta nel famoso The Rock Restaurant, costruito su una palafitta sull’acqua. Molti turisti popolano i bar sul mare e attendono come noi il tramonto sulla spiaggia di Kae Funk, il cielo di un rosa tenue, tante coppiette come noi e foglie intrecciate a forma di cuori con dei falò che adornano il lungomare. La sera prenotiamo tramite il nostro hotel un’escursione per il giorno seguente.

Ci svegliamo prima delle luci dell’alba per tuffarsi in mare aperto nella baia di Kizimkazi, dove un gruppo di delfini si svegliano al sorgere del sole. Emozionante solo vederne le pinne affiorare al pelo dell’acqua. Unico tuffarsi su consiglio del nostro marinaio armati di pinee e maschera per ammirarli nuotare nelle loro acque senza le barriere di un acquario. Torniamo entusiasti per una colazione abbondante e una mattinata di relax. A pranzo del pesce fresco che spesso in questa zona può costare la metà rispetto ad altre località, ma non meno prelibato. Proseguiamo più tardi verso Jambiani. La sera un driver ci accompagna al Nord, a Nungui. Nel tragitto si vedono i caratteristici dalla dalla, i trasporti low cost e dei locali, strapieni di gente sulle strade sterrate e saltellanti tra le buche.

Con lo stesso budget del Sud nelle spiaggie del Nord dobbiamo rinunciare ad una bella fetta di lusso, scegliendo un hotel modesto. A colazione sembra di essere in Italia. Parlano tutti italiano, e anche i camerieri, e anche i beach boys sulla spiaggia che ci assaltano con varie offerte presentandosi con buffi soprannomi come Valentino Rossi o Giovanni Rana, cercando insistentemente di venderci dei tour per gruppi. La nostra escursione l’avevamo prenotata con una coppia conosciuta durante i giorni precedenti di safari che non vediamo l’ora di rivedere. Visitiamo l’atollo di Nakupenda, dolce appellativo della deliziosa striscia di sabbia chiara che emerge dall’acqua limpida, perché la parola in swahili significa “ti amo”. Raggiungiamo sempre via mare con la barchetta motorizzata Prison Island, con le sue tartarughe di terra giganti e l’hotel extra lusso costruito da un proprietario indiano e mai inaugurato. A cena c’è l’imbarazzo della scelta nel susseguirsi dei ristoranti in riva al mare in cui ordinare del pesce fresco.

Il giorno seguente c’è occasione di fare un po’ di snorkeling all’atollo di Mnemba e il pomeriggio è a tutto relax tra le spiagge di Nungui e Kendwa, successiva alla prima, in cui si affacciano villaggi turisitici e hotel extra-lusso e dove i locali fanno maggiore pressione a turisti e passanti essendo in quest’area i più abbienti. Questa zona è la più affollata ed è ormai divenuto il centro principale di accoglienza turistica. Si trovano alberghi, villaggi, ristoranti, bar, bazar, bancarelle, negozietti di souvenir e quadri sulla spiaggia e attorno alla piazza principale, dove rendiamo felice un gruppo di bambini esaudendo la richiesta di acquistare per loro un pallone. Ogni tanti stranieri ci sono sempre un po’ di locali, giunti dall’isola e da altre zone della Tanzania. Al tramonto la scena più bella è la danza di alcuni ragazzi masai che improvvisano canti e balli tipici, attirando l’attenzione dei turisti.

L’ultimo giorno a Zanzibar scendiamo nella parte ad Est, fermandoci a Paje per la nostra prima esperienza da kite surfer. Il meteo ventoso è ideale per imparare e lo spettacolo in questa spiaggia sono proprio gli aquiloni, pilotati dai più o meno esperti. Le scuole per kite surfer si susseguono una dietro l’altra e ci rilasciano un certificato per perfezionarci altrove. La sera siamo a Stone Town, per una visita veloce tra i vicoletti affollati, uno sguardo alla chiesa anglicana e due passi nel caos del mercato del pesce e delle spezie. Merita una visita, seppur breve, anche il cuore dell’isola, vicino al porto e ricco di storia.

La vacanza finisce col giorno e un areo di soli 20 minuti, sebbene di nuovo in ritardo, ci riporta sulla costa di Dar Es Salaam, aeroporto maggiore da cui partono e transitano voli internazionali.