Aurore in Islanda

Anche quando il mondo è fermo, sembra il momento giusto per ripartire.

A Dicembre 2021 siamo partiti a caccia di aurore, nell’inverno della terra del ghiaccio e del fuoco.

Carichi di entusiasmo pre-partenza e di bagagli con guanti, cappellini, calzini di lana, maglioni a collo alto e calze termiche, vestiti già di giacconi da neve e pantaloni impermeabili, ci siamo riuniti all’aeroporto di Roma Fiumicino. In comune avevamo la meta, eravamo muniti di boarding pass e passaporto, come sempre, e di esito negativo al tampone antigenico, come al solito nei viaggi in pandemia. E come spesso accade in questo periodo, la fila del controllo della documentazione all’imbarco sembrava insormontabile. Siamo atterrati dal volo Wizz Air all’aeroporto di Keflavik, con i nostri bagagli attrezzatissimi in stiva… fatta eccezione della mia valigia. Ed ecco la prima peripezia del viaggio, talvolta metafora di vita e situazioni, per cui il manuale del viaggiatore insegna che non può andare tutto liscio. Per fortuna avendo viaggiato con le scarpe da trekking e giaccone già in partenza, e un gruppo, l’inconveniente è stato minimo. Ho comprato cappellino, guanti e calzini caldi al primo negozio, e ricevuto dai compagni di viaggio tutto il restante necessario per alcuni giorni. La valigia mi è stata poi consegnata in un albergo come da programma nel nostro itinerario. Se vi capita recatevi al counter della compagnia e lasciate i dettagli. E sappiate che è previsto un rimborso di 150 euro per il disagio e le spese sostenute (conservate gli scontrini). Questo vale per la migliore compagnia, come la più low cost. Ed è un inconveniente che può sempre capitare.

Preso il van a noleggio e con ruote chiodate abbiamo iniziato il viaggio sulle strade ventose d’Islanda. Guidare è attraversare continuamente paesaggi incantevoli e desolati. È un’esperienza affascinante vedere le folate di vento prendere forma e muovere la neve sull’asfalto, venirci incontro man mano che macinavamo chilometri, in alcuni tratti a 30 km/h per prudenza. Perciò è sempre utile controllare le condizioni del meteo e della viabilità. Potrebbero verificarsi intemperie che determinano inevitabilmente la chiusura delle strade, con posti di blocco della polizia a limitare o interrompere il transito e rimandarvi indietro. Almeno una volta al mese, negli inverni, arriva una tempesta di vento. Quindi sempre bene essere aggiornati e pronti agli imprevisti. Per chi viaggia in inverno la strada comporta frequenti folate di vento a dare la sensazione di smuovere il mezzo (sì, persino un van da 9 passeggeri). Dunque rispettare sempre i limiti di velocità, tenendo saldo il volante. Il primo stop è stato ad un Bonus, la catena dei supermercati dell’isola contraddistinta dall’inconfondibile insegna del maialino rosa, dove comprare del cibo per colazione e cena, panini per pranzo, frutta e verdura (di importazione, ovviamente) e hamburger. La pasta (di tutti i tipi e varianti di cottura) la avevamo portata dall’Italia con tanto di sughi fatti in casa e avanzati dalle festività natalizie. Uscendo dai centri abitati non si trovano né i Bonus, né i distributori di benzina, e lo si capisce dal cartello del centro abitato sbarrato: da qui si entra nel nulla. Ed è bellissimo! L’acqua in Islanda è pura (qualsiasi cannella di ostello, hotel o B&B e ristorante vi darà acqua buona da bere). Gli alcolici si comprano solo ai Vinbudin, negozi dedicati alla vendita di birra, vino e superalcolici. Sappiate che ogni bottiglia è soggetta ad altissima tassazione nel paese; quindi per brindare a Capodanno è meglio acquistare una bottiglia in aeroporto, o farsi una vacanza alcool free. Molti ostelli per ragioni di sicurezza hanno chiuso durante la pandemia l’accesso alle cucine. Altri lasciano la possibilità di cucinare; questo permette di risparmiare notevolmente sulla spesa nel viaggio, tagliando pranzi e cene fuori, non esageratamente costosi ma con il conto che sarà decisamente sopra la media rispetto all’Italia. I luoghi migliori in cui dormire sono quelli nel nulla, ovvero i fienili restaurati per accogliere turisti, o le guest house lontani dalla città, nel buio, dove nelle nottate serene si può uscire o fare i turni con i compagni di viaggio, sperando di ammirare all’improvviso un’aurora.

Alla fine il motivo per cui eravamo partiti era anche, e soprattutto, questo: vedere le luci del Nord. Si tratta di uno spettacolo che muove tanti viaggi in questa terra e negli estremi del ghiaccio, eppure affatto scontato. L’aurora si mostra più frequentemente nei mesi invernali, considerate le poche ore di luce diurna e la maggiore possibilità del verificarsi di tutti i fattori favorevoli. L’Islanda è una delle migliori destinazioni per assistere a questo spettacolo. Complici le condizioni metereologiche e una idonea visibilità atmosferica, in combinazione con l’arrivo dei venti solari in corrispondenza dei Poli Nord e Sud del globo, dove la copertura del campo magnetico è più debole e permette perciò un fenomeno naturale di rara bellezza, che i popoli scandinavi chiamarono Northern Lights, ricamando attorno ad esso miti e leggende, associandolo spesso ad un evento ultraterreno, o alla memoria dei defunti.

Il nostro viaggio e le nostre mete

Borganes è stata la prima tappa del nostro on the road. È una cittadina di circa 3000 abitanti, con un supermercato, un negozio di vestiti e souvenir, merendine e bibite, poche case, circondata da montagne. Abbiamo fatto uno stop ancora al buio, alle 9:30 di mattina, per raggiungere Bjarnafoss, la cascata dell’orso, un assaggio delle cascate islandesi, che nei mesi invernali hanno portata ridotta perché in gran parte ghiacciate. Abbiamo visto Londrangar, percorrendo una strada sul mare, lungo il tratto di costa frastagliata da cui spuntano gli inconfondibili faraglioni. Djupalonssandur è poco distante. È una spiaggia di sassi neri con i pezzi arrugginiti di imbarcazioni distrutte, sparse e nascoste tra i ciottoli di lava. Guidando lungo una strada serpentina, dove il vento soffia forte fino a far tremare il van, e la neve sull’asfalto danza ad ogni potente soffio, mentre si sale di altitudine, ci avviciniamo a uno dei luoghi più iconici dell’isola. Il monte Kirkjufell si erge coperto di bianco su una vallata innevata da cui spuntano ciuffi d’erba che andranno ricoperti dalla prossima nevicata, sotto un cielo privo di colori. Tutt’intorno una dilagante sensazione di desolazione. La cascata compone con il monte uno degli scenari più simbolici d’Islanda. Questo posto merita una foto da cartolina cercando di contrastare il vento forte, rendere la luce del ghiaccio e della neve nell’esposizione della reflex, o fare un reel con il cellulare, o semplicemente godersi la sensazione del sentirsi piccoli puntini nella neve, immersi nel nulla di un paesaggio naturale vestito invece di verde in quell’estate delle immagini viste online, e ora coperto di bianco nei mei ricordi e in inverno.

Il nostro secondo giorno è la volta del Parco nazionale del Thingvellir, a circa 1 h di auto da Borgarnes. Il parco mostra la netta divisione tra le placche continentali eurasiatica e nord americana. Qui si ammirano le spaccature del sottosuolo immersi nel silenzio della natura e dell’alba. Pochi raggi di sole fanno capolino per poche ore e spariscono ben presto all’orizzonte. Più tardi nella mattinata abbiamo visitato i geyser passeggiando nel parco e attendendo la furia di Strokkur, da immortalare in uno scatto, o da riprendere in un video, il più maestoso e affascinante per la potenza del getto. Proseguiamo verso Gullfoss, cascata imponente in ampiezza e completamente ghiacciata. Poco distante e prima del tramonto merita ammirare i colori del Kerid, la bocca di un vulcano che oggi è il letto di un lago, in parte ghiacciato in inverno, ma di cui in Dicembre è stato ancora possibile vedere il contrasto di colori con le rocce, nelle loro sfumature di rosso, che lo contornano. La Secret Lagoon (Gamla Laugin, in islandese) è un’ottima scusa per rilassarsi a fine giornata, lasciandosi coccolare da una prima esperienza (molto autentica) di terme d’Islanda, essendo questo l’impianto termale più antico dell’isola. Qui ho potuto noleggiare un costume (ero ancora senza valigia). La sera abbiamo pernottato a Selfoss, in un fienile restaurato e reso una moderna e accogliente guest house. Abbiamo capito subito che non si può dare per scontato la vista di un’aurora in una notte apparentemente perfetta, priva di nuvole e piena di stelle, anche cadenti, ma senza venti solari per tutta la notte (coperta a turni dal gruppo diviso in coppie vigili come carabinieri a guardare il cielo), e senza la desiderata aurora, fino a questo punto del viaggio ancora misteriosa.

Il giorno seguente abbiamo proseguito verso Seljalandsfoss, altra cascata, questa visibile anche da dietro, ma solo in primavera o estate. Per noi è stata un’impresa arrivare fino in cima alle scalinata in legno, ghiacciata e scivolosa, per vederla da vicino, e discesa al ritorno da seduti, come fosse uno scivolo. Nonostante il freddo, il getto era ancora potente. Lungo la strada si incontrano i caratteristici cavalli islandesi, bassi e tarchiati, coperti di pelo e dalla criniera folta. Skogafoss invece ha un getto d’acqua ancora più deciso, cadere da 60 metri di altezza. È imponente ammirarla anche dall’alto della sua sorgente. Nel primo pomeriggio siamo arrivati alla Black Sand Beach (Vikusfjara e Reynisfjara), dove si vedono subito gli iconici faraglioni di lava neri sul mare. Neri anche i piccoli ciottoli di sabbia che rendono tanto suggestiva questa spiaggia che d’estate si riempie di pulcinelle di mare (puffin), invece assenti in inverno. In inverno colpisce in particolare il contrasto tra ghiaccio e neve, tra nero pece e bianco luce. Il faro a Dyrohalaey offre una vista panoramica sulla spiaggia inghiottita dal freddo. Il vento quassù si fa sempre più forte, fino a rendere difficoltoso camminare dritti, oppure chiudere e aprire lo sportello del van. La tempesta sta incalzando. Rientriamo a Vik, un paesino nel nulla, piccolo e desolato, con una chiesina dal tetto rosso emergere su di un promontorio. Arrivati all’ostello scopriamo di essere bloccati per almeno un giorno. La tempesta, comune evento atmosferico almeno una volta al mese da ottobre a marzo, era la più forte degli ultimi 2 anni. Le strade d’Islanda erano in gran parte bloccate ed era impossibile viaggiare. Uscire fuori a sentire il vento durante una tempesta vuol dire non capire da dove arrivano le folate, se da destra, sinistra, dal basso o dall’alto. Si è completamente immersi nella furia di una bufera. Ma a ripensarci… che spettacolo!

Abbiamo avuto tutta una giornata per passare il tempo alla maniera islandese quando fuori è brutto e non si può uscire. I fuochi d’artificio previsti nei dintorni per festeggiare il nuovo anno erano stati rimandati. Siamo rimasti in ostello a riposarsi, cucinare il caffè nella Moka italiana poggiata in un pentolino per farla funzionare con un fornello a induzione, a giocare a carte, a Uno, a tutti i giochi disponibili, a farsi anche paturnie sugli esiti dei tamponi, a rileggere la normativa di rientro in Italia, a pensare quando sarebbe finita la tempesta e a chiederlo insistentemente alla receptionist, ad accettare l’incertezza di una educata e rassegnata risposta. Tutte le attività del giorno erano saltate, compreso il nostro rientro a Reykiavik. Decidemmo di provarci dopo cena, appena la tempesta sembrava essersi placata ed era tornata la visibilità. Un viaggio quasi eroico, intrapreso con audacia premiata da fortuna, perché terminato con la nostra prima, meritata, meravigliosa aurora. Arrivati al Grotto, il faro di Reykyavik, quasi per scherzo, quasi per scommessa, dopo una giornata in cui sembrava andare tutto storto, le luci verdi e tanto sognate erano lì a muoversi col vento, ricaricando d’entusiasmo il nostro gruppo.

La capitale Reykjavik è visitabile in circa 3 ore. Nelle vicinanze abbiamo fatto un’escursione nell’aerea del vulcano Fagradalsfjall, ancora in attività dopo le inaspettate eruzioni di marzo 2021, che hanno reso questa meta, pressoché inesplorata, la maggiore attrazione d’Islanda di quest’anno. La lava, ormai solida, raggiunge un’estensione paragonabile a circa 9 campi da calcio. Tra le attività a Reykjavik abbiamo fatto whale watching, avvistando una megattera, e ci siamo rilassati alla Sky Lagoon (impianto termale meno popolare e affollato della famosissima Blue Lagoon, ma più moderno, e decisamente altrettanto spettacolare, per molti locali più autentico). Per la seconda sera consecutiva abbiamo avvistato l’aurora, inaspettatamente di notevole intensità e maggiore di quella della sera prima, ancora una volta al faro.

La terza e ultima sera l’abbiamo vista per caso, danzare attorno alla cattedrale, Hallgrímskirkja, che stavamo visitando in notturna, e poi l’abbiamo voluta incontrare di nuovo, stavolta in un luogo speciale, lontano da tutto, a 50 minuti di van dal centro di Reykjavik, specchiarsi sulle acque del lago attorno ai monti che lo circondano.
A mio parere la più spettacolare di tutte per lo scenario, sebbene meno intensa, attesa nella sera forse più fredda, a circa -15°, a salutarci nel migliore dei modi, quello che avremmo voluto, e in cui abbiamo creduto dalla partenza, all’ultimo giorno di questo viaggio.

Consigli pratici per vedere l’aurora e la nostra esperienza.

L’aurora è spesso la motivazione che spinge a viaggiare d’inverno verso Islanda e tutti i territori del Nord o dell’estremo Sud dove si vedono questi fenomeni di luci nella notte. Hanno un fascino indiscutibile, ma non per questo sappiate che è ovvio avvistarle. La tempesta aveva cancellato anche l’interesse nei tentativi. Sarebbero stati vani. Quella sera il cielo era completamente coperto di nuvole. Eppure, ci vuole tenacia. Abbiamo continuato a controllare la app My Aurora Forecast, a uscire di notte quando la temperatura scendeva ancora, a sperare che le nuvole se ne andassero e a esprimere desideri per ogni stella cadente. E dopo 4 sere di insuccessi, abbiamo avuto 3 sere consecutive di venti solari e cielo pulito. Da quel momento finalmente abbiamo visto le luci bianche, assumere sfumature di verde, rivelarsi all’improvviso e danzare. È qualcosa di incredibile, soprattutto se la si osserva lontano dalle luci artificiali. Sul display della mia Canon, rigorosamente su cavalletto, le aurore boreali si mostrano con colori più accentuati, il verde diventa intenso rispetto a quello che in realtà si percepisce a occhio nudo. Ma ciò non toglie nulla all’emozione di essere lì sotto, con il naso all’insù, con le mani congelate, a guardare quelle luci così rare e così diverse dai nostri cieli stellati, cambiare linee e dimensioni, direzioni e sfumature, in maniera imprevedibile e curiosa.

In pratica, ci vuole una po’ di coraggio, che altrimenti si rimane bloccati, come in una tempesta dalle strade interrotte. Servono i vestiti giusti, che se fa freddo è colpa di cosa (non) abbiamo addosso. Ed è utile una App, che nell’era del digitale aiuta sempre. Ce ne sono tante e permettono di farsi un’idea del dove e quando farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. E in ultimo, ma non meno importante, la capacità di non perdersi d’animo.

I desideri in viaggio spesso si avverano.

Dedicato a chi ha desiderato vedere le aurore, pur di affrontare la variante Omicron, le tempeste di vento e neve, il freddo pungente, e si è meritato tutti i più bei ricordi di questo viaggio.

A Simona, Valentina, Stephanie, Lorenzo, Giacomo, Giulio, Costanza.

Viaggio di gruppo World Face.

Margherita – ExpLover e coordinatrice World Face.

Pubblicato da ExpLovers.net

Blog di viaggi per appassionati e curiosi, amanti dell'avventura e dell'esplorazione, verso lingue e culture lontane, in cerca di certezze e novità.

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