Turchia on the road

16-24 Aprile 2022

Viaggio di gruppo World Face

Troppo arretrato per essere europeo. Troppo avanzato per essere arabo. E forse è proprio questa la sua particolarità. Ogni paese conserva un proprio fascino, che vale sempre la pena scoprire. Mai pregiudicare nessuna cultura, senza averla ben compresa. E in questa curiosa terra, dalle radici oggi ben salde nella tradizione islamica, tra moschee e veli, in cui camminare con rispetto, a piedi scalzi, sarà facile imbattersi nei sorrisi e nella gentilezza di un porto sul Mediterraneo. In aprile 2022, in pieno Ramadan, la Turchia è uno scorrere di scenari variegati a temperature differenti. La folla dei bazar, i paesaggi spogli dell’Anatolia, i villaggi di pietra e le valli di sassi della Cappadocia, le soste in antichi caravanserragli sulla Via della Seta, alcuni oggi moschee, altri bazar, un tempo centri di ristoro per carovane e cammelli diretti in Oriente. Il richiamo delle preghiere dai microfoni in centro città, i chilometri di asfalto percorsi in un pulmino a 9 posti, coi bagagli ben incastrati, e le interminabili passeggiate, sognando un volo in mongolfiera, ammirando gli scorci più suggestivi dei luoghi più turistici e quelli più incantati dei luoghi più remoti, da immortalare in un clack delle nostre macchine fotografiche, viaggiatori curiosi, nelle giornate di sole, e nei momenti inaspettatamente più suggestivi di pioggia e gabbiani sul Bosforo.

Il viaggio inizia nella capitale, quando una hostess della Turkish Airlines annuncia ai passeggeri, all’atterraggio nel nuovo aeroporto internazionale Istanbul Havalimani, “Welcome to Istanbul, meeting point of the world”.

La Moschea Blu.

Il transfer nei pressi del centro impiega circa un’ora. È tardo pomeriggio e dopo aver lasciato i bagagli in hotel, imbocchiamo una serie di stradine a zig-zag fino alla Moschea Blu (Sultanahmet Camii) e Ayasofya. Il vero spettacolo è subito la gente. Centinaia di famiglie sedute attorno ad un pic-nic al tramonto nei giardini della grande piazza. Alcune bancarelle ambulanti vendono cibo di strada di stagionalità contrastanti: pannocchie e caldarroste, angurie e gelati. Tutt’intorno si respira finalmente l’atmosfera della grande città, confusa, caotica e indaffarata. Sopra di noi volano i gabbiani in un cielo di sole, nuvole, vento e libertà. Sotto i nostri piedi le stradine sono fatte tutt’oggi di pietruzze che ricordano l’antica Bisanzio, resistono nella successiva Costantinopoli, adornano la presente Istanbul.

La prima cena di un gruppo che stavolta arriva dal Nord, dal Centro e dal Sud d’Italia è appena fuori dai locali a misura di turista del centro, meglio allestiti e con prezzi vicini a quelli del nostro paese. Invece una famiglia ci serve la cena con la scelta limitata alle pietanze rimaste in cucina, comprese comunicando più a gesti che in inglese: piatti di pollo o montone cotti alla brace e serviti con verdure e un peperoncino verde, decisamente molto piccante, accompagnati da riso. Niente alcol. “Lui non vuole”, ci ricorda l’oste alla richiesta di una birra, puntando gli indici verso l’alto. È notte fonda e la gente ancora prega nelle moschee, si inginocchia alla divinità e la luna piena riempie un cielo nuovo.

Luna, cupole e minareto.

Il giorno seguente iniziamo la visita della capitale entrando nella storica moschea del sultano Ahmet, meglio conosciuta Moschea Blu, l’edificio più fotografato della Turchia. All’esterno appare come un susseguirsi di cupole e sei minareti (più di qualsiasi altra moschea ottomana), blu per le migliaia di maioliche di İznik che ornano l’interno. Visitiamo poi la più moderna Ayasofya, affascinati dai lampadari imponenti, dall’architettura che conserva la storia romana e ospita la religione islamica, senza quell’iconografia a cui siamo tanto abituati nelle chiese cristiane, assente nell’arte dell’Islam, che decora invece di scritture in lingua araba le moschee. Questa struttura, dedicata alla Sophia (la saggezza divina) fu eretta come cattedrale cristiana, trasformata poi in moschea ottomana da Maometto II.

I lampadari all’interno di Ayasofia.

Passeggiando in centro abbiamo occasione di cambiare gli euro in lira turca, in uno dei molti uffici exchange. Il tasso di cambio applicato in aeroporto è decisamente una fregatura. Il più conveniente è al Gran Bazar, uno dei mercati coperti più antichi al mondo, con oltre 4.000 negozi (chiuso la domenica), girato appena arrivata, da rifare l’ultimo giorno, con il gruppo, anche per acquistare i souvenir di fine viaggio.

Il Palazzo Topkapi fu residenza imperiale di sovrani vittoriosi, e simbolizza il potere che raggiunse Costantinopoli come sede dell’Impero Ottomano. Il palazzo iniziale venne inaugurato nel 1465 e venne poi ampliato dai governati successivi. Conta 700.000 metri quadrati, possiede quattro cortili e numerosi edifici, adibiti ad armerie, librerie, cucine, scuderie reali, tesorerie, sale di accoglienza e trattative diplomatiche, la camera regale e l’harem.

Festeggiamo la nostra Pasqua in un paese straniero mangiando come da nostra tradizione, e come da specialità locale, prelibatezze a base di agnello e verdure. A fine pasto ci servono del caffè turco, denso e corposo, in una tazzina di porcellana minuziosamente decorata.

Spezie.

Proseguiamo per la Cisterna (Yerebatan Sarniçi). La più grande e famosa è in ristrutturazione (da circa un anno ormai). Ma a Istanbul ce ne sono un centinaio. Ne abbiamo scelte una più piccola, a 20 minuti dal centro, con uno spettacolo di luci e ombre al suo interno. Sempre affascinante visitare i sotterranei di questa città; non mancherà l’occasione.

Camminiamo verso la Torre di Galata (Galata Kulesi), l’iconica torre in pietra di epoca medievale costruita dai genovesi nella zona più moderna della capitale. Anche il percorso regala scorci magici, di tante bandiere rosse con la luna e la stella bianche, di gabbiani danzare nel maltempo, di street art a murales sui portelloni dei garage e balconi colorati nei quartieri. Il ponte è affollato di pescatori. Il culmine dello spettacolo è salire sulla torre e ammirare il panorama. L’ingresso costa 100 lire a persona e ne vale assolutamente la pena, anche in una giornata grigia e di pioggia. Si vedono le cupole e i minareti delle moschee all’orizzonte, si vede il mare, si vede la città sottostante, i palazzi e il traffico che si congestiona al calar della sera. Torniamo in metro verso l’hotel.

Pescatore sul Bosforo.

Il mattino seguente abbiamo un transfer per l’aeroporto di buon mattino, quando ancora il traffico non presuppone ore di coda e per l’arrivo a destinazione possiamo impiegare più o meno lo stesso tempo suggerito da Google Maps. Da Sabiha (SAW) atterriamo ad Ankara. Prendiamo il van a noleggio. Incastriamo le valigie. Iniziamo finalmente l’on the road.

Percorriamo i paesaggi spogli e brulli dell’Anatolia centrale, di pochi alberi e terra ocra, fino al lago salato Tuz Golu, bianco di sale e dalle timide sfumature di rosa.

Sulla strada facciamo altra sosta al caravanserraglio di Aksaray, oggi una moschea. Osserviamo per la prima volta la gente della Turchia fuori dalla capitale. C’è un bel via vai nell’ora della preghiera. Alcuni uomini ci invitano persino nella moschea, vedendoci stranieri e intimoriti nel disturbare un momento così sacro. È un bel monito per capire subito che i turchi sono una popolazione gentile e accogliente con i viaggiatori. Gli appassionati di fotografia fanno qui scatti interessanti. I golosi assaggiano dolci al formaggio e caffè turco.

Arriviamo a Göreme in serata, per vedere il tramonto sulla Rose Valley e la sera scendere tra le pietre scolpite della Cappadocia. Il nostro hotel ci accoglie nella roccia, con camere in perfetto stile locale.

Il volo in mongolfiera viene rimandato al giorno seguente causa vento superiore ai 10 km/h.

Il cielo è pulito e la giornata è soleggiata. Quindi iniziamo con Pasabag, passeggiando tra i Camini delle fate.

Le sfumature di colori delle rocce di Pasabag (Cappadocia).

Dalla Love Valley si vedono rocce a forma di… vabè non ve lo dico. Andateci e capirete!

Facciamo una sosta panoramica e fotografica alla Pigeon Valley, di nome e di fatto, affollata di piccioni, dove sorseggiare del succo di melograno dal bar con vista.

Visitiamo i dipinti nella roccia del museo a cielo aperto di Göreme e concludiamo a una mezz’ora di auto con la città sotterranea di Kaymakli. Qui entriamo in cunicoli labirintici, chiese e abitazioni su 8 livelli a 43 metri di profondità, tanto stretti e profondi da mettere alla prova i claustrofobici.

Finiamo la giornata con lo spettacolo dei dervisci rotanti, danza tipica del misticismo islamico. Consiste in rotazioni ripetute e vorticose di uomini vestiti con tuniche bianche, lunghe fino alle caviglie e un vistoso cappello a cilindro, girare facendo perno sul piede destro saldo a terra, nel tentativo di connessione con il divino. La festa dei dervisci, nella piazza di Konya, dove riposa il fondatore dell’ordine dei dervisci e del misticismo islamico, Mevlana, si celebra ogni anno il 17 dicembre. Oltre a questa data, altre location propongono questo rituale al pubblico, svoltosi nella maniera più tradizionale: pochi musicisti per un ritmo essenziale di percussioni, strumenti a bocca e a corde, i dervisci, e per finire una parte recitata del Corano in lingua turca.

Dervisci rotanti durante la danza.

Spesso l’attesa fa parte del viaggio. E a volte nel viaggio si soffre di attese, desideri e delusioni. Attendiamo mezz’ore infinite a partire dalla sveglia delle 4:00 del mattino. Desideriamo di volare. Dobbiamo accettare le condizioni metereologiche avverse della Cappadocia vedendo che i palloni vengono ripiegati e riposti. Rinunciamo inevitabilmente a salire nelle ceste per vedere il panorama dall’alto. Poi possiamo sperare in un nuovo volo e pensare che la tenacia viene sempre premiata, pronti ad accettare nuove attese, desideri e delusioni. Inshalla!

Il percorso in auto è ancora brullo finché non si intravedono montagne innevate, campi verde smeraldo e alberelli fioriti. La Valle di Ilhara merita di essere osservata dall’alto. Ci sono molti percorsi, più o meno lunghi nella valle. Ci fermiamo per un brevissimo trekking e per una visita a Selime, un villaggio scolpito nella roccia, nostalgici di Cappadocia, per proseguire alcune ore verso Konya. Questa è la città di Mevlana, con un mausoleo dedicato al poeta mistico sufista e fondatore dell’ordine dei dervisci rotanti, che ospita la sua tomba, enorme, emergere tra quelle dei sultani. La scuola islamica Karatay Medrese, un tempo scuola teologica, è oggi museo di piastrelle. La Moschea di Aladdin e il Palazzo, antichi monumenti selgiuchidi, si trovano sulla collina di Aladdin poco distanti dalla scuola.

Le cupole del mausoleo di Mevlana (Konya).

Ceniamo scegliendo “a sentimento” (che non sbaglia mai) un ristorante di carne (la Turchia contempla veramente poca scelta per vegetariani). Il kebab viene servito a grammi, 100, 150 o 200, su di una piadina, con verdure, yoghurt e salse saporite o piccanti.

In hotel abbiamo meritato relax nel tipico hammam con sauna e bagno turco.

Arrivati nella provincia di Denizil, a Pammukkale sembra sia arrivata anche l’estate. Abbiamo costumi, infradito, un asciugamano nello zaino per entrare nella spa naturale più spettacolare al mondo. Fa un gran caldo. Parcheggiato il van e pagato il parcheggio con le solite 20 lire, iniziamo a scalare l’immacolato, immenso, imponente castello di cotone. Si cammina solo a piedi scalzi, per non rovinare la fragile consistenza delle formazioni calcaree e di travertino con le calzature. Le vasche sono piene di acqua in aprile. Non vediamo l’ora di metterci a mollo. Ma prima visitiamo Hierapolis. Il sito archeologico è davvero bello. Il teatro è ben conservato e seduti sugli spalti sembra di poter immaginare di assistere a un’opera in un’altra epoca. Le rovine di colonne e edifici si estendono nei campi fioriti, altre sono immerse nelle vasche artificiali e balneabili tra il castello di cotone e Hierapolis.

Il tramonto lo vediamo da Pammukkale, mentre facciamo il bagno in una delle vasche.

Le vasche nel castello di cotone.

A Pammukkale l’alba è stata finalmente clemente. Una giornata perfetta, senza vento, limpida, senza nuvole. Si intravede ancora la luna far capolino tra le mongolfiere. Il sole ha iniziato a riscaldare l’atmosfera dalle 5:30 del mattino. Siamo entusiasti sin dalla preparazione, trepidanti di attesa durata giorni, mentre le mongolfiere vengono gonfiate e diventano a poco a poco palloni giganti sollevarsi in verticale. Dalle ceste alzate in volo ammiriamo ancora una volta l’immacolato castello di cotone, il lago, le geometrie perfette dei campi coltivati e il verde brillante della campagna circostante, circondati da una cinquantina di mongolfiere sospese, muoversi lentamente tutt’intorno.

Le mongolfiere all’alba su Pammukkale.

Torniamo in viaggio e a Efeso, nella regione dell’Egeo, tra le grandi città ioniche dell’Anatolia, l’estate si fa ancora più calda. Riposti definitivamente i maglioni per scaldarci dalla frescura mattutina, ci addentriamo dentro la storia sotto il sole cocente a maniche corte e occhiali da sole. Passeggiamo nel sito archeologico, tra cariatidi, archi e capitelli in stile dorico, ionico, corinzio. Arriviamo al teatro, alla libreria e alle terrazze di mosaici. Le rovine qui attraversano secoli, dalla Grecia classica all’Impero romano, quando Efeso era il principale snodo commerciale del Mediterraneo. Ognuno dovrebbe saper apprezzare il proprio tempo e ciò che ci circonda. Eppure immaginare ci è concesso, ricostruendo la bellezza da antiche scritture. Del tempio di Artemide, la più grande tra le sette meraviglie del mondo antico, oggi rimangono soltanto le fondamenta disegnate da poche colonne. Ma lo scrittore Pausania lo descrisse come il più maestoso tra le realizzazioni del tempo, superava il Partenone di Atene, abbagliava nel suo bianco da splendere più del sole e nella sua maestosità da essere secondo soltanto all’Olimpo. Eppure la magnificenza di un tempo non è sopravvissuta alla furia del tempo e degli uomini, essendo oggi piuttosto il simbolo malinconico di uno splendore passato. Cosa sarebbero le meraviglie del mondo antico senza immaginazione?

Scorcio del sito archeologico di Efeso.

Macinando altri chilometri su strada raggiungiamo la caotica Smirne. Città dinamica e all’avanguardia rispetto al resto della Turchia vista finora in questo viaggio (fatta eccezione per Istanbul). Me ne accorgo dalla difficoltà nell’uscire dal traffico e cercare parcheggio. Troviamo pace nel Kordon, il lungomare, raggiunta la torre dell’orologio, per reimmergerci nel trambusto del centro, dove però possiamo finalmente brindare a questa avventura con una birra Efes e ascoltare musica live nei locali più turistici.

Bandiere e preghiere (Smirne).

All’aeroporto di Smirne consegniamo l’auto a noleggio e prendiamo altro volo interno, di ritorno a Sabiha, e poi altro transfer verso la capitale. È ora di applicare le tecniche di contrattazione al Gran Bazar. Ognuno fa acquisti di vario genere, dalle bancarelle del tarocco, a quelle di bigiotteria, alle lampade coloratissime pendenti illuminare le atmosfere soffuse nel mondo arabo.

Un venditore di tappeti nell’Old Bazar.

Torniamo a piedi verso Galata e sotto un’altra luce ripercorriamo le strade ingarbugliate del primo giorno, i pescatori, le navi sul Bosforo, i profili di minareti e cupole delle moschee. L’ultimo kebab è presso Sehzade kebab, locale molto alla mano, economico, e classificato da The New York Times e altri intenditori uno dei migliori 10 kebab di Istanbul (e chissà quanti sono i “kebabbari” di questa città).

Tramonto sul Bosforo.

La notte in hotel è una serata di addii nostalgici e imprecazioni per far entrare i souvenir in valigia.

Il giorno dopo è una vittoria. Si torna a casa stanchi, distrutti, carichi di ricordi e fotografie, ma soprattutto ricchi di esperienze.

La paura di uscire da quell’illusione di protezione che chiamiamo comfort-zone dovrebbe sempre essere sostituita dalla paura di rimanere le stesse persone, incapaci di guardare il mondo con nuovi occhi, di cercare opportunità nelle difficoltà, e altre occasioni, chissà forse anche migliori, ogni qual volta si è costretti a stravolgere i piani.

Se ogni viaggio insegna: Inshallah!

On the road con la coppia Valmario, il cassiere Flaviano, il fotografo Gianluca, la piccola Valeria, il sentimento di Iolanda, l’entusiasmo di Beatrice, la curiosità di Nicoletta.

Margherita – ExpLover e coordinatrice World Face

Pubblicato da ExpLovers.net

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