Un viaggio è come un libro dentro una libreria. Non si sceglie, ma si viene scelti da una strana combinazione di eventi. E quando chiama, non resta che partire.
Yallah!
Itinerario tra le città imperiali e il deserto

CASABLANCA – La Moschea di Hassan, inaugurata nel 1993, è la moschea più grande del Marocco, e per dimensioni è attualmente la terza al mondo. Per raggiungerla, dopo una lunga fila ai controlli in aeroporto e un transfer verso il centro, attraversiamo le bancarelle di un mercatino e le vie più degradate della città, tra la gente che ci dà il benvenuto con sorrisi sdentati, scorrendo palazzi dalle facciate rovinate, incontrando gatti randagi e scorgendo tappeti alle finestre; spettacolo fatiscente per sentirsi all’improvviso un gruppo di viaggiatori curiosi, senza più il freno della pandemia, finalmente, per alcuni giorni, lontani da casa, immersi in una cultura distante dalla nostra realtà, catapultati in una quotidianità differente da quella a cui siamo abituati. Sulla strada i camion stracolmi di rifiuti e il traffico di una metropoli, congestionato e confusionario, alta concentrazione di smog e baccano. Il tramonto sul lungomare, di fronte alla moschea, monumentale e immacolata, regala altri scorci di questa città, ora sereni e sfarzosi. La Corniche alla sera è invece una zona moderna, di hotel a cinque stelle, ristoranti di lusso, e centri commerciali dal timbro internazionale. I taxi sono sempre in movimento a Casablanca, fino alla mattina.

RABAT – Dopo colazione incontriamo il nostro driver e carichiamo i bagagli sul van. Iniziamo un lungo viaggio di molti chilometri e meraviglie. L’attuale capitale del Marocco, e la sua città più grande, sorge in prossimità del fiume Bou Regreg. Si affaccia sull’Oceano Atlantico e domina la costa Nord Occidentale del paese. Patrimonio Unesco dal 2012 per il suo centro storico ma anche per la città moderna che ha saputo amalgamarsi alla tradizione. Visitiamo la città in lungo e in largo, fermandoci prima a visitare il palazzo reale e aspettando il cambio della guardia (veramente minimale rispetto alle marce pompose davanti ai palazzi delle monarchie europee). Qui lo spettacolo sono i portoni, decoratissimi, come del resto in tutto il paese. La Torre di Hassan è un minareto incompleto, progetto ambizioso di una enorme moschea mai costruita. Poi la Kasbah des Oudayas, la prima di tante in questo viaggio. Kasbah significa in arabo cittadella e si identifica con la fortezza, un tempo residenza patriarcale dei grandi caid, ovvero i berberi amministratori locali che vi risiedevano tra una guerra e l’altra. Nella medina, il centro storico di ogni città islamica, assaggiamo street food (pesce fritto e patate), e una signora di passaggio insiste per disegnare con l’henné sulle braccia di alcune ragazze per pochi dirham. La città antica ospita negozietti di artigianato locale: quadri, oggetti in legno dipinti a mano e le caratteristiche babouches, le pantofole marocchine in pelle o stoffa, a punta e dai colori sgargianti. Siamo già affezionati al mini van e al nostro driver, Mohammed, instancabile in un itinerario così completo e intenso, con cui cerco di conversare un po’ in francese, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, mentre tenta di insegnarmi (invano) l’arabo, nominando i cartelli autostradali nella sua lingua ogni volta ne incontriamo uno. Arriviamo nel tardo pomeriggio nella città dipinta di blu. Facchini di paese sono avvertiti del nostro arrivo. Si caricano prontamente tutte le nostre valige e zaini sulle spalle e correndo in salita ci indicano la strada verso il nostro alloggio, nel centro della medina. Lo apprezziamo da subito, minuziosamente decorato di disegni geometrici e dai colori accesi. In gergo locale si tratta di un Dar, ovvero una “casa” tipica marocchina, con un cortile, più piccolo rispetto a quello che si trova nei riad, ma con delle belle camere spaziose e bagno ampio, curato nei minimi dettagli, dai richiami orientali, con porte che disegnano archi e guglie. Avendo a disposizione ancora alcune ore di luce abbiamo fatto una prima passeggiata attraversando la medina, camminando verso l’alto, fino alla moschea andalusa, aspettando il tramonto sulla collina.


CHEFCHAOUEN – Questo villaggio di montagna dalla pronuncia impegnativa si trova sotto le cime del Rif. Famoso per il colore acceso con cui sono verniciati tutti i muri delle vie del centro, ma anche le case e i negozi, le strade e le scale, colpisce per il suo carattere pittoresco, ma allo stesso tempo autentico. Alcuni vicoli sono spogli, ornati solo di azzurro e bianco, altri sono decorati da piccoli vasi gialli o rossi e piantine, altri ancora strabordano di borsette in pelle, babucce, tappeti e foulard variopinti; molti sono gli artigiani e i sarti del Marocco, altrettanti i venditori ambulanti e i negozianti. Sempre sullo sfondo, di ogni vicolo, in ogni angolo, o via principale, il suo colore predominante, tanto da valergli la nomina di “perla blu del Marocco”. Se non si è accompagnati, qui è comunque bello, e neppure rischioso, perdersi tra le viuzze, dove si incontrano le influenze architettoniche marocchina e spagnola. La piazza al centro è un ottimo riferimento. Al mattino presto gironzoliamo prima della luce accecante del mezzogiorno, per curiosare ovunque nella medina, in cerca di scorci caratteristici, trovati con facilità un po’ in ogni dove. Ci facciamo accompagnare dal receptionist dell’hotel, Youssef. Ci tratta come un caro amico, portandoci nei luoghi segreti e più instagrammabili della città. Qui è davvero impossibile smettere di fotografare. Nel primo pomeriggio, sazi di blu, azzurro, celeste, dei giochi di ombre e luce del sole a picco dell’estate e dell’Africa, ripartiamo in van.

Il sito archeologico di Volubilis è il più importante del Marocco. Lo si visita in una ora o due, con tutta calma per ammirare le colonne e i mosaici. Essendo le giornate di fine maggio molto lunghe (tramonto oltre le ore 20:30), decidiamo di visitare anche Meknes. Bab el-Mansour è il simbolo della città, il portone rinomato per essere il più bello del Marocco, accesso alla medina di questa città imperiale, decisamente la meno turistica delle altre (Marrakesh, Fes, Rabat). Nella piazza avvistiamo i primi addestratori di scimmie, tra il via vai di gente nel souk. Servono ancora alcune ore in van per arrivare a Fes. Ceniamo nella terrazza panoramica del riad, mangiando ancora del tajin, la pietanza di origine berbera proposta in qualsiasi menù e tipica della cucina maghrebina (di Algeria, Marocco e Tunisia). Prende il nome dal caratteristico piatto di terracotta, in cui viene cotto, e servito il cibo. Sollevando il coperchio di forma allungata, per permettere alla condensa di ricadere verso il basso, si rivelano verdure, carne di pollo, manzo o agnello. Tipico anche cuocere il pollo con della frutta secca (prugne, albicocche). Spesso le pietanze vengono insaporite con spezie: coriandolo, cannella, zafferano, curcuma. A fine pasto, o all’inizio in segno di ospitalità, viene servito sempre del tè alla menta in teiere di metallo.

FES – La mattina ci attende Said nel cortile del riad. La nostra guida ci accompagna nel labirinto di questa città imperiale con la Medina più grande del mondo (oltre 9 mila strade). Entriamo prima della folla, presto la mattina, a curiosare nei vicoli della città, prima che prenda vita, quando il sole trafigge le tende, mentre gli artigiani aprono i negozi e le vie già iniziano a brulicare di mestieri, prima del via vai dei turisti.


L’emozione più grande è lo spettacolo della conceria, da osservare dalla terrazza più alta, con delle foglie di menta sotto al naso a coprire odori sgradevoli, e la curiosità di assistere ad uno dei mestieri più tradizionali, sebbene logoranti, in città. Qui le pelli vengono lavorate a mano, sotto il sole cocente, nel caldo africano del Marocco. I conciatori passano da una vasca all’altra, alcuni protetti da un cappello di paglia, a piedi scalzi, inalando gli odori e respirando per ore i fumi delle tinture nelle vasche concentriche. Ci siamo incuriositi ancora tra mercati di tappeti, tra bancarelle di ottone, tra stradine dai profumi intensi di spezie, frastornati dai rumori che piano piano si intensificano nel cuore del giorno. I ciuchi passano spesso tra le vie strette, carichi di sacchi di spazzatura o merci. Dobbiamo sempre stringerci ai lati per dare la precedenza al loro transito. Anche qui non mancano i gatti. Sono i benvenuti anche nelle moschee, perché considerati puliti, a differenza dei cani, sempre banditi. Noi non possiamo entrare nelle moschee, ingresso vietato ai non musulmani. Mangiamo con un panino, in una piccola piazza tra ortofrutta, macellai, pollame stipato in gabbie, senza badare agli standard igienici a cui siamo abituati, attenti solo alla cottura della carne, assaggiando sapori che non fossero tajin o cous cous. Per soli 2 dirham è un ottimo pranzo.

Anche nel pomeriggio viaggiamo molto. Ci fermiamo per una sosta a Ifrane, la “Svizzera del Marocco”, nel comfort di una pausa caffè in un bar dagli standard europei, estranea totalmente dal caos di Fes e delle tipiche città marocchine, imperiali o di periferia. Qui invece dei ciuchi ci sono dei cestini della spazzatura. Elementi non scontati. Case e edifici perfettamente mantenuti, dal tetto a spiovente, nello stile francese. Ifrane è una popolare meta sciistica dei colonizzatori francesi. Proseguiamo poi verso la foresta di cedri abitata da bertucce per vedere le scimmie dal pelo folto e senza coda, adeguate all’ambiente di aghiformi, sempre innevato e molto freddo in inverno, decisamente non intimorite dai turisti di passaggio.

Il paesaggio si fa sempre più spoglio e roccioso, dai colori infuocati al tramonto. Ricorda i panorami dell’Arizona da tutt’altra parte del mondo. In tarda serata arriviamo al riad nelle Gole dello Ziz, location nel nulla di un paesaggio arido. Wi-Fi assente; ogni tanto non dispiace sentirsi disconnessi. L’indomani procediamo in direzione Sahara, sulla via delle kasbah. Sostiamo a Meski, antica oasi ormai prosciugata, ma dai palmeti giganti. Proseguiamo verso Merzouga, un tempo punto di sosta di carovane, ora è il luogo di arrivo dei turisti che visitano il deserto sabbioso, nelle immediate vicinanze delle dune dell’Erg Chebbi, uno dei due gruppi di dune di sabbia formati dal vento nel Sahara marocchino. Le dune raggiungono un’altezza di 150 metri e sono disseminate in un’area di 22 Km da Nord a sud e di 5–10 km da Est a Ovest. Il centro abitato più vicino è Erfoud, dove compriamo dell’acqua ghiacciata prima di addentrarci nel deserto. Ancora troppo caldo, quindi abbiamo il tempo per ballare al ritmo di percussioni dei berberi neri, emozionandoci sulle note dei tamburi dal Marocco, dal Senegal e dall’Etiopia. Diamo 100 dirham di mancia alla comunità ospitante su consiglio della nostra guida. Ogni spettacolo presuppone una mancia. Ma le emozioni hanno un valore molto più prezioso. Due jeep ci portano davanti al mare di sabbia dove i beduini stanno radunando cammelli e dromedari in attesa della classica escursione turistica nel deserto.

Una cammellata a Erg Chebbi al tramonto regala alcuni dei momenti più suggestivi di questo viaggio. Il vento è clemente, mentre le tempeste di sabbia sanno talvolta essere violente. Siamo comunque attrezzati di turbanti, sistemati sulle nostre teste dai beduini. La luce del tardo pomeriggio sulle onde di sabbia è uno spettacolo unico di luci e ombre dai colori giallo, ocra e arancio e di linee sinuose e composte, disegnate dal vento che cancella tutte le orme. Le ombre si allungano. Anche i dromedari sembrano osservare il sole al riposo sulle dune. I visitatori del deserto sono saliti su quelle più alte ad ammirare il panorama. Dall’alto il mare di sabbia sembra infinito. Nel frattempo, alcuni beduini hanno improvvisato mercatini di fossili e collanine fatte a mano. Torniamo in sella ai dromedari, legati con corde e disposti su due file, di cinque ciascuna, guidate ognuna da un beduino. Hanno un’andatura scomposta ma efficace. Si barcolla, ma mai si cade. File di dromedari e turisti in rientro verso gli accampamenti nel deserto si incrociano tra le dune. Dalla cima della duna, poco prima, sembravano formiche in un paesaggio sconfinato. La passeggiata di ritorno ci conduce alle jeep, per raggiungere le tende. Il campo tendato è lussuoso. Le tende sono spaziose, bellissime ed eleganti. La temperatura di fine maggio è calda, non fa soffrire l’escursione termica della notte (particolarmente intensa nei mesi invernali). Dopo cena è il momento di un fuoco acceso nel niente, di note di tamburi e poi di stelle. Non serve un sacco a pelo per la notte, nemmeno una felpa per stare fuori. Il vento è ancora clemente. Il cielo è sereno e noi ci togliamo le scarpe, per salire ancora sulle dune e guardare in su i puntini di luce nel buio, avvistando qualche stella cadente, per esprimere desideri. O forse niente di più bello da chiedere a questi momenti di viaggio.

Proseguiamo verso le Gole di Todra, lungo la catena dell’Atlante. Molteplici canyon (che i marocchini chiamano gorge), strapiombi vertiginosi con strade serpentine e villaggi composti di case di argilla dall’architettura squadrata, umile e minimale della gente più povera che abita la periferia. Viaggiamo in van fino alle Gole di Dades.

AIT BEN HADDOU – La ksar, ovvero città fortificata, lungo la rotta carovaniera tra Sahara e Marrakesh, è oggi Patrimonio Unesco e immancabile meta. Dentro l’antica città ormai abbandonata e cinta di mura sono ormai organizzati molti negozi e bancarelle di souvenir. Non mancano guide locali e ristoranti all’esterno ad accogliere i visitatori. Abbiamo visitato il sito in lungo e in largo. Fatto pranzo e siamo ripartiti verso Marrakesh. Arriviamo per l’ora di cena all’ultimo riad della vacanza. La sera nella capitale è un frastuono di emozioni da metropoli, a cui non eravamo più abituati dal deserto alle montagne. Nella piazza principale, Jemaa El Fna, gli incantatori di serpenti e gli addestratori di scimmie che la popolano di giorno, lasciano spazio ai ristoratori ambulanti, numerati, accalcati uno di fianco all’altro, farsi concorrenza spietata per attirare i potenziali commensali di passaggio. Ci siamo fatti fregare. Qui bisogna sempre contrattare un prezzo prima di farsi servire del cous cous, verdure, carne alla griglia e tè alla menta. Altre bancarelle vendono spremute di arancia, il frutto di stagione, a 10 dirham. Altrove nella piazza, ad ogni sguardo e fotografia viene dato un prezzo, perché a questi segue la richiesta, talvolta insistente, di dirham. Le persone circondano artisti di strada suonare e fare spettacoli. La fiumana di gente si interrompe solo nella pace del riad.

MARRAKESH – Giornata interamente dedicata alla visita della “città rossa”, così detta tra le città imperiali del Marocco. Già dalla sera precedente ci dà l’impressione di essere agitata, affollata e rumorosa, più delle altre tre, sebbene con una identità tutta sua, dove tra le molteplici l’arte della vendita regna sovrana. Vediamo i maggiori punti di interesse: la medina, la madrasa (ingresso 20 dirham a persona), il palazzo Bahia (70 dirham a persona), la moschea solo da fuori (ingresso vietato ai non musulmani in Marocco, fatta eccezione per la moschea di Casablanca, unica visitabile al prezzo di 130 dirham). Torniamo alla caotica, emblematica Jamaa El Fna, per vedere ora gli incantatori di serpenti sotto il sole cocente. Poi è la volta del souk, il mercato dell’artigianato, dei tappeti, delle stoffe, delle babucce, dei quadri e dei ninnoli, di tutto un po’ per acquistare i souvenir. Il tramonto lo vediamo sopra i tetti delle case ammassate e decadenti di Marrakesh, sulla terrazza di un ristorante tipico dove due suonatori vestiti di bianco e del fes, il cappello rosso con pennacchio nero, intonano canzoni marocchine al ritmo di chitarra e tamburo. Il ristorante La Terrasse di Ben Youssef mette in tavola un ultimo tajin.

Partiamo la mattina presto, diretti all’aeroporto di Casablanca, in strada per un ultimo transfer di circa 3 ore, per tornare esausti, ma felici, assonnati, ma rigenerati, per lasciare alle spalle i pensieri e portarsi a casa solo bei ricordi. Leggeri. In fondo, l’unico peso che dovremmo poter (sop)portare dovrebbe esser quello della nostra valigia. Forse questo, il motivo per cui sentiamo spesso il bisogno di viaggiare.
Dedicato a Ilaria, Martina, Mauro, Maria, Raffaella, Ninì, Andrea, Mimmo, Mohamed, Ben, Said.
Margherita