LIMA – GIORNO 1
Il nostro viaggio inizia nella capitale, grigia e fredda, coperta da garúa, la nebbia, che può trasformarsi in pioviggine, e contraddistingue le mattine d’inverno a Lima. Nel pomeriggio le nuvole si diradano e fanno spazio ad un cielo azzurro e sereno. Plaza de Armas è il centro della città. Da qui è intuitivo un percorso a piedi verso i maggiori punti di interesse. A ottobre 2022 ci sono le elezioni in Perù, quindi possibile incontrare qualche attività di propaganda per le strade. Visitiamo la cattedrale e ammiriamo l’arte sacra di un paese molto cattolico – religione imposta dai conquistadores e oggi ben più diffusa del precedente e più originario culto della madre terra (Pachamama), praticato delle popolazioni indigene andine e precolombiane, nonché uno dei culti più antichi della storia spirituale del mondo. Nella piazza prendiamo una guida a 80 soles a gruppo (che per 14 persone è veramente poco), quindi ci spiega per una ora molto della cultura locale, accompagnandoci in un percorso attorno al centro e fino alla visita delle catacombe. Per strada si incontrano spesso donne con i bambini avvolti sulla schiena in coperte colorate, primo impatto con la gente del loco. Prima cena di gruppo e sera in hotel.

PARACAS e HUACHACHINA (ICA) – GIORNI 2 e 3
Partiamo per un lungo tragitto in pulmino, con sosta a Pisco, patria dell’omonimo liquore. Pranziamo con ceviche. La sera la trascorriamo a Paracas e facciamo un giro sul lungomare al tramonto. L’indomani le isole Ballestas rimangono un’aspettativa incompleta per il meteo burrascoso che impedisce l’uscita in barca. Dalla costa sembra tutto calmo, eppure la tempesta al di là dell’orizzonte implica il divieto della capitaneria di porto all’uscita delle imbarcazioni turistiche. Tuttavia, al porto ci fanno visita alcuni pellicani in cerca di cibo dai pescatori. Ci accontentiamo di scattare qualche foto, immortalandone il grande becco mai sazio di cibo. Improvvisiamo allora una degustazione di vino in tarda mattinata. Il Pisco è il liquore tipico del luogo e lo si ottiene con acquavite ricavata dalla distillazione di vino bianco e rosato e servito, nella versione cocktail denominata pisco sour, servito con albume d’uovo, ghiaccio e lime. Oltre al Pisco, sono molti i vini buoni e fruttati da assaggiare in questa zona. Quindi tutti allegri si dimentica l’inconveniente. Proseguiamo verso Huachachina, villaggio situato in prossimità della città di Ica, attorno ad un lago oggi artificiale che ricorda un’antica oasi, popolare destinazione per dune buggy e sandboarding. Il viaggio in van è un susseguirsi di paesaggi aridi, durare per ore ed ore; spettacolo dal finestrino. Difatti quella del deserto peruviano è una delle zone più aride della terra per estensione. Il panorama è spoglio, sui colori bianco e ocra della sabbia. A tratti si vedono tempeste impedire di riconoscere sagome o guardare lontano all’orizzonte. Arrivati alla meta ci aspetta un giro in jeep sulle dune e le tavole in discesa sulla sabbia. Il sandboarding è un’attività divertente e non rischiosa (si fa da sdraiati sulla tavola, veramente alla portata di tutti, è come uno scivolo per i piccoli).

NAZCA – GIORNO 4
Il volo è facoltativo. Di 14 lo facciamo in 8, me compresa, e sono l’unica a sentirsi male (che figura… la coordinatrice!). Racconto questo solo per dire che ne stra-vale la pena! Anche se sapete di esser deboli di stomaco vale la pena volare. Io ho vomitato all’atterraggio, educatamente nel sacchettino di plastica che forniscono sempre (in quanto cosa piuttosto frequente). Magari non fare colazione se si sospetta di soffrire il vuoto e il mal d’aria. Le linee sono uno spettacolo dall’alto! Si vede un percorso di circa 12 linee, accuratamente spiegato dal co-pilota che parla nel microfono per le nostre cuffie, in primis a coprire il forte rumore del motore e dell’elica. Gli aerei sono piccoli con posti da 6 passeggeri, più pilota e co-pilota. Sfrecciano a bassa quota virando vertiginosamente a destra e sinistra, per permettere di vedere la linea da entrambe le angolazioni. L’aeroporto Maria Reiche, dedicato alla ricercatrice tedesca che dedicò gran parte della sua vita allo studio e alla salvaguardia delle misteriose linee, è colmo di visitatori. Ideale volare la mattina presto. Il volo costa sui 100 dollari a persona ed è possibile farsi fare il timbro sul passaporto. Dopo il volo torniamo in hotel. Con gli altri del gruppo andiamo ai mirador (punti panoramici), per vedere, tutti, le linee. Solo dai mirador a terra ci si rende davvero conto della grandezza di questi capolavori. Compriamo i biglietti per due mirador in cui vedere 3 linee ciascuno. Nel primo saliamo dall’alto di una piattaforma in ferro di una quindicina di metri al lato di una strada nel deserto poco trafficata se non da mezzi pesanti. Nel secondo facciamo un percorso a piedi su una collinetta.
Il transfer Nazca – Arequipa è stata una ottima occasione per conoscere i compagni di viaggio, chiacchierare e fare giochi: le carte UNO, vari giochi di squadre e indovinelli di canzoni. Insomma bisogna proprio ammazzare il tempo in 9 ore di viaggio. Non si arriva più, in una strada tutta curve, e con un autista, simpatico eh però lento, ma lento… che frena ad ogni avvistamento di un camion. Ci fermiamo anche ad una santuario, pieno di candele e santoni, insieme ai camionisti che fanno una pausa caffè, bagno e preghiera prima di ripartire.

AREQUIPA – GIORNO 5
La cosiddetta ciudad blanca per gli edifici in sillar dei palazzi del centro e la cattedrale è ordinata e vivace. Nella Plaza de Armas ballano ragazzi e ragazze in abiti tradizionali. Nel centro sono carini i ristoranti dai piccoli ingressi e scale strette e sorprendenti terrazze con vista sulla piazza, più turistici. Mentre fuori dal centro si può pranzare a pochi soles (16/S per un menù a base di zuppa di quinoa e un piatto principale a scelta tra pollo o llomos) si può anche scegliere di pranzare in un bar caratteristico insieme alla gente del posto, rinunciando all’apparenza e non pensando alle norme igieniche a cui siamo abituati, ma ripagati dall’idea di potersi mescolare con le persone, seppur gringos. Il Monastero di Santa Catilina (biglietto di ingresso 50/S a persona) è un enorme edificio dalle molteplici stanze e atri, ben tenuto e dai muri verniciati in rosso e azzurro, corridoi decorati da affreschi e cortili abbelliti da giare e fiori. Il forte legame alla religione, imposta dagli spagnoli in questa città emblema dell’architettura coloniale, si respira soprattutto all’interno della Cattedrale, bellissima, immacolata, custodia di ornamenti regi ed ecclesiastici in oro e diamanti preziosi, dalla navata imponente, in cui nei momenti di festa echeggia il suono dell’organo più grande del Sud America. Dopo una visita al suo interno, al tramonto saliamo sulle torri, vicino alle grandi campane. Sullo sfondo domina la vista all’orizzonte il vulcano dormiente El Misti. Proviamo l’esperienza del parrucchiere (ragazzi e ragazze – anche qui hanno l’acqua fredda – illuse pensavamo di trovarla piacevolmente calda, non avendola sempre disponibile in hotel – ma ci facciamo grasse risate, e poi i capelli ce li hanno fatti bene in fondo). Lasciamo calare la sera su Arequipa, prima di cenare assaggiando alpaca e cuy, il porcellino d’india tanto in voga nei menù dei migliori ristoranti di città.

CANYON COLCA – GIORNO 6 e 7
Conosciamo il nostro corrispondente e iniziamo un nuovo viaggio in un nuovo pulmino. I dintorni di Arequipa mostrano paesaggi non ancora scoperti, fuori dal via vai cittadino e sempre più vicini ad una natura spoglia di folta vegetazione, eppure spettacolare di montagne e vulcani. Saliamo progressivamente di quota fino al Passo Patapampa, dove l’altitudine incomincia a farsi sentire provocando, come solito, lieve mal di testa. Le foglie di coca sono un ottimo rimedio naturale. Sebbene l’utilizzo di questa erba sia spesso associato all’elaborato chimico della droga e agli aspetti illegali del suo commercio, la coca in foglie è costantemente masticata dai peruviani, sia nelle grandi città, che a valle, e soprattutto nella regione andina e nei dintorni del Titicaca. La sua efficacia la si percepisce subito come anestetico di qualsiasi malanno, e persino del classico mal di testa dovuto alla quota. Altro modo per adattarsi è prendere il tutto con tranquillità, lasciando che il corpo si abitui pian piano alla mancanza di ossigeno intorno ai 5000 metri. Mai dimenticarsi di bere molto. Percorriamo in van strade sterrate e serpentine, dalle altezze vertiginose e senza alcuna protezione laterale; un classico in Perù. Incontriamo finalmente molti camelidi nel loro habitat naturale, dopo quelli addomesticati nelle Plaza de Armas al guinzaglio di signore abbigliate in indumenti tradizionali che chiedono soles in cambio di una foto (spettacolo scenografico, ma triste). Nella regione del Colca sono frequenti i camelidi sudamericani tra cui i lama dalle orecchie a banana e il muso allungato, e gli alpaca dal pelo folto e una strana espressione che ricorda un sorriso. Raramente si vedono anche gli incroci, che assomigliano a lama di statura un po’ ridotta e dal pelo più folto. Corrono libere le vigogne, generalmente in branchi di 5 o 10 esemplari, nelle praterie ai piedi degli altipiani. Il guanaco non lo abbiamo avvistato. Si tratta dell’ultima tra le 4 specie di camelidi del Sud America, eppure molto raro nel Perù.

La mattina presto saliamo a Cruz del Condor per l’avvistamento di un’apertura alare insolita e di oltre 2 metri. Ne vediamo alcuni, in lontananza, volare senza battere ali; i canyon rocciosi a strapiombo nel nulla sullo sfondo. Attendiamo impazientemente altri esemplari. Ad un certo si creano continue ombre sulle nostre teste, volare a qualsiasi altezza, con la leggerezza e semplicità che contraddistingue questo grande uccello andino. Sebbene sia una animale che si nutre di carcasse di altri animali morti, ha un’indole fedele alla coppia tanto da suicidarsi se uno viene a mancare (che storia romantica!).

UROS, ISOLE AMANTANI e TAQUILE – GIORNO 8 e 9
Da Puno un traghetto naviga sulle acque calme del Titicaca, azzurre da cui spunta di tanto in tanto vegetazione fine e alta. Si tratta del lago navigabile più alto al mondo, fino a raggiungere in poche ore di navigazione, le isole galleggianti del popolo Uros, costruite con le lunghe e resistenti foglie di Totora, una pianta che cresce spontanea sull’acqua dolce, che se tagliata al suo interno si mangia e si beve, se essiccata la si usa invece per costruire le isole, le case, le imbarcazioni, tutto. Le isole possono resistere fino a 35 anni. Non si percepisce il dondolio. Anzi si è ben saldi al suolo. Eppure è un prodotto umano. Ogni isola ha un rappresentante e su di essa abitano varie famiglie in capanne. La gente delle isole galleggianti si nutre di pesca,, tra tutto la trota del lago, di Totora, che all’interno ha acqua e succo, e cacciano la Choca (fulica andina), un uccello simile ad un’anatra in grado di zampettare sull’acqua per il suo curioso modo di nuotare, e purificano l’acqua del lago, oppure la bevono direttamente e la usano per pulire e cucinare. Al nostro arrivo hanno prontamente allestito un piccolo mercato, mostrando fieri i prodotti di artigianato fatti a mano dalle danne che lavorano il cucito: cuscini, tovaglie, sciarpe e coperte dai ricami tradizionali e coloratissimi come la trilogia andina (il serpente, il puma e il condor), i mesi dell’anno e i giorni della settimana ciascuno rappresentato da un bene della terra, attorno al Pachatata (il sole). I bambini vengono a salutare i gringos, curiosi e allegri. Approfittiamo per fare un giro sulla barca a forma di banana (per 10/S a persona). Entriamo in 14 sulla barca, più il capo del villaggio e una bambina. A un certo punto possiamo anche stenderci al sole, che è veramente forte e piacevole nelle giornate di inverno, ma secche e limpide di nuvole in questa zona del Perù. Gli Uros ci salutano con un canto locale, e noi ricambiamo con una canzone italiana, poi sbracciandosi dalla loro isola finché il nostro traghetto non si allontana.

Arriviamo nel primo pomeriggio sull’Isola Amantani, altro popolo tradizionale del Titicaca, dove gli uomini, tutti tuttofare dalle poliedriche capacità e arti, costruttori, pescatori, allevatori e contadini, sin dalla più tenera età, indossano un gilet nero su una camicia bianca e un sombrero marrone (uguale a quello che avevo comprato al mercato di Arequipa pensando che fosse un modello da donna!). Veniamo suddivisi in gruppi, in modo che possano ospitarci delle famiglie. Nella nostra il padre si chiama Dios. La madre ci prepara un buonissimo pranzo a base di zuppa di quinoa e verdure, formaggio di mucca, patate dolci e salate, tè alle foglie di coca a fine pasto. Il figlio di 9 anni è fuori; sta guardando l’allevamento ci dicono. La bambina è affettuosissima, abituata ed entusiasta dei visitatori dalla pelle bianca, dai vestiti diversi, ospiti in un luogo affascinante, unico, forse di una quiete monotona. Facciamo una breve camminata verso il mirador, i due punti più alti dell’isola (denominati dal culto inca, Pachamama e Pachatata) per vedere un tramonto spettacolare, da cui si osserva anche la Bolivia, al di là del lago, e le Ande sullo sfondo. Attorno ad un tempio facciamo ognuno di noi 3 giri, seppelliamo alcune foglie di coca sotto una pietra. Ogni giro ed ogni offerta corrisponde, come da tradizione, ad un desiderio. Così gli Inca chiedevano i doni alla madre terra nelle loro celebrazioni. La cena è con i nostri compagni di viaggio, tutti nella sala maggiore di una delle famiglie e dopo possiamo cimentarci in danze e balli tradizionali vestiti con abiti degli abitanti dell’isola. È notta fonda e la Via Lattea è una striscia orizzontale perfettamente visibile se ci mettiamo a naso all’insù. Sarà freddo, ma non sotto le coperte. Una cultura nuova, il calore degli abitanti delle Amantani, e lo spettacolo della natura non fanno certo soffrire la mancanza delle comodità della nostra, ora lontana, parte di mondo.

L’indomani visitiamo le Isole Taquile, raggiunte con alcune ore di navigazione. La Plaza de Armas è un via vai di persone in abiti classici; gli uomini con i cappelli a papalina colorata e le donne con bluse rosse e gonne nere al ginocchio, spesso la testa coperta, o mantelle a righe avvolte sulla schiena per portare il carico. Anche qui si può fare altro timbro sul passaporto, per chi vuole, nell’ufficio della piazza. Un breve trekking ci permette di ammirare l’isola in lungo e largo, lungo la riva del lago, fino ad una spiaggia, di scogliere in cui l’acqua calma non si infrange, gabbiani e pecore. A pranzo assaggiamo la trota alla piastra, specialità del posto. Torniamo a Puno in serata. Al Terminal Terrestre (la stazione dei bus) prendiamo il notturno fino a Cusco. I mezzi turistici per gli spostamenti della linea Vip sono veramente confortevoli, con sedili ampli e reclinabili e tendine di separazione per la privacy (ne vorrei di simili, così economici, anche in Europa!). Il lungo viaggio concilia la buonanotte.

CUSCO – GIORNO 10
All’alba Cusco si riempie di vita al mercato San Pedro e nella Plaza de Armas. Anche qui vediamo una cattedrale in stile coloniale. Eppure, in questa città, molto più che nelle precedenti grandi città coloniali del nostro itinerario, Lima ed Arequipa, si respira davvero la storia e la cultura più profonda di questa nazione, prima che i Conquistadores provassero a cancellare la memoria degli Incas imponendo la religione cattolica e le proprie usanze, che resistono fino ai giorni moderni. Perché resta nei suoi abitanti la memoria, la consapevolezza, e la fierezza delle origini e di tutto quel che ruota attorno all’antico popolo Inca, su tutto il culto spirituale che venera Pachamama, in cui alcuni ragazzi si convertono ancora, nonostante il cattolicesimo sia religione nazionale. Anche l’architettura testimonia una città passata, ma non totalmente distrutta. Lungo alcuni vicoli è infatti possibile osservare le tradizionali mura cittadine, chiaramente riconoscibili dai monumentali blocchi di pietra levigata e perfettamente incastrata, posizionati in maniera inclinata a proteggere le costruzioni dall’alta sismicità del posto, e in netto contrasto con quelle ispaniche sul lato opposto, invece più familiari ai nostri occhi in quanto simili alle tecniche edili che vediamo nelle città vecchio continente. Nei barrios (quartieri) i locali e le birrerie sono ospitali e particolari. Si può bere birra artigianale o i sour al pisco o frutta locale (il mio preferito è stato quello al maracuja!) ammirando il panorama montuoso che avvolge il centro storico e le vie di città. In alto, il Cristo Bianco, una piccola riproduzione della statua del Cristo di Rio de Janeiro e punto panoramico in prossimità del sito archeologico Sacsayhuamán, fortezza Inca costruita su di una collina attorno al 1500. A ogni solstizio d’inverno i cusqueñi festeggiano qui l’inti raimi, la festa che celebra il dio del sole. In tale circostanza vengono ancora effettuati rituali risalenti all’epoca incaica. Altra curiosità sulla città di Cusco è la forma del puma. Nella cultura Inca tre sono gli animali che rappresentano l’equilibrio: il serpente – simbolo di morte – il puma – simbolo di vita sulla terra – il condor – simbolo delle divinità del cielo. E questi ricorrono spesso nei disegni decorativi e nei capolavori architettonici. Persino nella forma delle vie e nei confini di questa città a Cusco.

VINICUNCA (RAINBOW MOUNTAINS) – GIORNO 11
L’arcobaleno più spettacolare delle Ande si fa desiderare soprattutto nelle peripezie del tragitto. Le nostre sfighe diventano una impresa tutta da ridere nei ricordi di questa giornata. Sveglia prima dell’alba, alle 4.00. Una ora e mezza in van e breve stop per colazione. Il freddo si fa sentire sopra i 4000 metri di altitudine quando ancora il sole non scalda. Serve del tè caldo e le calorie delle uova, che non mancano mai, insieme all’avocado, in una colazione peruviana. A pochi chilometri dal punto di arrivo il nostro mezzo, uno dei tanti pulmini turistici fatti con lo stampino (ma il nostro quel giorno era quello difettoso!) ci abbandona, causa un guasto meccanico del servosterzo. La solidarietà delle altre compagnie turistiche è il classico esempio da dimenticare. Nessuno si ferma per un passaggio, nemmeno ai nostri disperati gesti di autostop (sembriamo gli hieppie buttati ai lati della strada, rinvolti nei nostri ponchos coloratissimi per le foto instagrammabili!). La soluzione, dettata dall’ingegno dell’improvvisazione e dalla dea fortuna (a cui sicuramente abbiamo fatto pena!) è l’autista del pulmino scolastico che ha appena scaricato i bambini a scuola e che per soli 10 soles a persona (equivalente di 2,50 EURO) ci porta in cima al parcheggio. Nel tragitto possiamo renderci conto che i mezzi turistici, per quanto difettosi, sono un lusso rispetto a quelli della gente locali, generalmente polverosi e meno comodi, specie se in queste condizioni è l’autobus dei bambini più piccoli. Si incomincia finalmente a camminare verso l’alto di Vinicunca, più comunemente nota come la montagna dei sette colori. Il panorama è spettacolare e i colori delle montagne sono perfettamente accesi da una giornata di luce piena, limpida e dalla ottima visibilità. Nonostante il freddo dei 5200 metri in vetta, il sole scalda una delle mete ormai più famose e turistiche del Perù, e il nostro entusiasmo raggiunge ormai quella quota. Arrivare primi (o nel nostro caso ultimi) aiuta i visitatori a godersi dell’ambiente con meno calca. La folla di gente qui è notevole. La meta è divenuta popolarissima negli ultimi anni e gli ingressi non sono contingentati. Facciamo le foto turistiche con lama e alpaca e apponiamo il timbro sul passaporto (ancora!) da una signora del loco che ha allestito un banchino. Sulle montagne volano falchi. La gente del loco a questa altezza sono i proprietari di lama e alpaca che chiedono un’offerta in cambio di foto. Alcuni hanno addobbato i camelidi con occhiali da sole (quindi sono proprio animali innocui per farsi trattare così), oltre che alle classiche palline colorate che in genere si mettono al collo. E ci lasciano di stucco (come spesso succede quando si scalano le montagne nel mondo) le persone che vestite di abiti tradizionali e cappelli dalla curiosa forma di sombrero piatto in perfetto equilibrio sulla testa, corrono con delle semplici ciabattine avanti e indietro per la montagna, accompagnando i turisti più sfaticati alla vetta. Più giri fanno, più guadagnano. E mentre per tutti andata e ritorno è una conquista, per loro correre avanti e indietro senza scarpe da trekking e doppio calzino dei gringos è la normalità. Le sfumature di rosso colorano un panorama di montagna unico; mai visto nulla di simile in qualsiasi escursione d’alta quota.

VALLE SACRA DEGLI INCAS – GIORNO 12
Dedichiamo questa giornata alla visita della Valle Sacra degli Inca. Ci accolgono terrazzamenti sconfinati ai piedi di antichi templi, oggi nei pressi di villaggi in cui si incontrano piccole botteghe, persone con cappelli a sombrero in velluto, di forme variabili (che belli i cappelli in Perù!), artigiani e intessitori che ci spiegano la lavorazione della lana pregiata e soffice dell’alpaca, e le molteplici tecniche per la sua colorazione, esclusivamente con metodi naturali, privi di additivi chimici (quanti acquisti in Perù! Per l’inverno siamo apposto: poncho, maglioni, sciarpe e coperte). Persino il rossetto per le donne lo si fa sacrificando una coccinella. Proseguiamo per le Saline di Maras. 4000 vasche, ognuna di proprietà di una famiglia del posto. Il sole di mezzogiorno acceca sul bianco della salineras. A Moray un altro spettacolo: i terrazzamenti circolari. Sembrano piccoli dall’alto, ma quando vi si cammina al loro interno ci si sente foglie d’erba in confronto. Qui gli inca, abili contadini, coltivavano cereali, frumento e tutti i doni di Madre Terra. L’ultima tappa della valle è il villaggio di Ollantaytambo. Saliamo sulla collina, fino al tempio. Dietro le montagne sappiamo c’è Machu Picchu. Ma non si intravede, ancora.

La stazione di Ollantaytambo è affollata di peruviani, ma soprattutto di turisti diretti come noi ad Agaus Caliente, meta di appoggio per la visita della meraviglia del mondo Machu Picchu, e sicuramente prima scelta per chi vuole visitare qualcosa del Perù e non si sofferma ad esplorarlo a fondo in un itinerario come il nostro. Il viaggio in treno è puntuale e dura circa 2 ore. Arrivati ci dirigiamo in hotel, nel centro cittadino, accanto ad un campo di calcio diviso in più parti, dove si svolgono tornei di calcetto maschili e femminili. Il corso è pieno di negozi, ristoranti turistici e bancarelle da cibo di strada, mini-market che vendono snack, bibite (tra cui la bevanda gassosa nazionale, gialla, e inevitabilmente carica di zuccheri, Inka Cola, a marchio Coca Cola), frutta (le infinità di frutti che non conosciamo perché mai visti nei nostri supermercati, così come le innumerevoli varianti di patate), magliette souvenir e repellente. Chiunque venga in Perù probabilmente passa da qui.

MACHU PICCHU – GIORNO 13
Anche oggi la sveglia suona presto. Ma non pesa mai. Alle 5.30 attendiamo di prendere posto su uno dei bus turistici che portano alla meraviglia del mondo, tanto attesa in questo viaggio di grandi aspettative, qualche peripezia, e belle sorprese. Il cielo è piacevolmente sereno e stellato, privo di nuvole e la nebbia che in genere offusca la vista delle montagne è fortunatamente assente, altro grato regalo di Pachamama. Spesso il Machu Picchu viene descritto come coperto di nebbia, rivelato solo quando questa si dirada. Non ve ne era. La visibilità era già buona la mattina e si è fatta nitida al sorgere del sole. La prima meta nel sito è la Montaña, il punto più alto turisticamente raggiungibile a piedi, con una camminata interminabile di oltre 2000 scalini, fino alla vetta. Siamo talmente entusiasti che arriviamo tra i primi in alto. Possiamo vedere la casa del guardiano, il sito classico della copertina della mia National Geographic e di qualsiasi immagine più classica di Machu Picchu, nonché del Perù, farsi sempre più piccolo man mano che si sale. Doveroso fare alcune foto ricordo anche davanti a questo punto; di quelle da turista che però riguarderemo con nostalgia e un sorriso tra qualche anno. Dopodiché la nostra guida ci accompagna nel percorso del Circuito 4 (in realtà avevamo il 3, ma i controlli una volta entrati sono molto blandi, e la guida ci fa il favore di allungare il percorso), spiegandoci la storia, la creazione, la vita sopra le Ande e parlandoci a fondo degli Inca, che abitavano questa meraviglia, avevano creato canali d’acqua e abitazioni, dalle più lussuose e regali, a quelle comuni. Il sito è rimasto fortunatamente intatto, riportato alla luce oggi come era in passato, risparmiato dall’influsso inevitabilmente rivoluzionario quanto distruttivo degli spagnoli, abbandonato per oltre 400 anni, nascosto dalla folta vegetazione che copre le montagne, poi riscoperto a metà del 20esimo secolo, riconosciuto degnamente come capolavoro architettonico e fedele testimonianza di memoria storica e culturale del Perù, e del mondo.

LIMA – GIORNO 14
Un volo interno della Sky Airlines ci riporta, da Cusco, alla capitale. Resta del tempo per vedere i quartieri moderni di periferia che non avevamo visitato il primo giorno. Miraflores e Barranco si mostrano del tutto differenti dalla memoria che abbiamo della Lima del centro storico e dei quartieri più tradizionali. Sul lungo mare si trovano centri commerciali, piste da skateboard in cui fanno pratica tanti ragazzi, e onde relativamente alte cavalcate dai surfisti, negozi che vendono capi di marca, e boutique che espongono costose sciarpe in lana di alpaca, o in quella ancor più pregiata di vigogna. Tutto molto meno entusiasmante, più vicino alla realtà che ci è familiare e in cui ci lasciamo cullare, fatta di beni materiali e comodità.
AMAZZONIA – GIORNO 15-19

Iquitos, Perù
Il volo Lima – Iquitos, meta della nostra ultima settimana in Perù, sorvola un fiume dalla forma serpentina e dal letto gigante. È il Rio delle Amazzoni. Caratterizzato dalla maggiore portata al mondo, una lunghezza di 6.992 km, e l’inquietudine delle sue correnti sotto la superficie. Attraversa il Perù, nascendo Nevado Mismi a 5.600 metri sul livello del mare nel dipartimento di Arequipa, passa per un tratto dalla Colombia, e in gran parte dal Nord del Brasile. Attorno al rio cresce rigogliosa la foresta, il “polmone della terra”, la più grande foresta pluviale del pianeta, famosa (finché saremo in grado di rispettarla) per la sua biodiversità, nella fauna e nella flora. La selva ricopre un’area di 6.700.000 km² di natura selvaggia, verde e intatta, non ancora distrutta dalla furia distruttiva dell’uomo. Le immagini dal satellite rendono merito al lavoro di conservazione svolto negli ultimi anni dal governo peruviano nella protezione dell’area amazzonica, tanto estesa, quanto fragile di fronte alle attività di sfruttamento, tra tutte il disboscamento intensivo, qui illegale.

Iquitos è l’unica località dotata di aeroporto nella regione amazzonica peruviana, punto di accesso alla foresta. La città è viva e rumorosa di motorini con cassone che trafficano le strade non asfaltate e sembrano sciami di api quando scatta il verde di un semaforo. Come tutte le città peruviane ha una Plaza de Armas e un mercato in cui si vendono verdura, frutta, carne e pesce di fiume. Il porto – niente a che vedere con l’immagine del porto che ci salta subito alla mente – è un luogo sulla riva del fiume con imbarcazioni in legno e qualche bancarella flottante di snack, acqua, Coca Cola e Inka Cola, costituito di impalcature traballanti e spartane in legno, di dubbia resistenza. Attraversiamo in barca il Rio per raggiungere il remoto lodge. Vediamo i primi uccelli volare da un lato all’altro del fiume. All’arrivo ci debilita la temperatura alta e umida, un po’ a causa della provenienza dai dintorni montani di Cusco e tornati nella capitale d’inverno. Nel Perù gli inverni sono secchi e soleggiati seppur freddi. Stagione particolarmente consigliata per la vista di questo paese, soprattutto per le aree andine, in quanto si riduce il rischio piogge. Mentre nella zona amazzonica siamo invece in estate, perché la regione di Iquitos si colloca nella fascia equatoriale del globo. I tratti somatici delle persone, di statura bassa e pelle scura, con fisico asciutto, ricordano vagamente quelli asiatici, tra i miei viaggi, già visti nelle Filippine. Differenti dalle espressioni e la costituzione di uomini delle Ande incontrati in precedenza in questo viaggio. L’estate corrisponde alla cosiddetta stagione bassa, quando le acque del fiume si ritirano e nella regione “inondabile” (in cui si trova il nostro lodge) permette camminamenti e passeggiate all’interno delle radure e delle lagune. Nell’estate peruviana in Amazzonia sarà inverno, che corrisponde alla stagione alta, quella delle piogge, quando si innalza il livello delle acque del fiume e dei suoi affluenti per l’intensità e la frequenza delle piogge. In questa stagione le escursioni vengono fatte esclusivamente in barca. Il colore marrone dell’acqua è dovuto alla decomposizione del legno, tingendola di tannino. Sugli alberi e sulle rive si nota ancora l’altezza raggiunta dall’acqua nei periodi di piena. Molta vegetazione è sommersa e là sotto alla nostra barca c’è un mondo che non conosciamo, offuscato dai colori scuri in superficie.

Abbiamo scelto un lodge economico, immerso nella foresta, costruito nei pressi della riva dell’affluente Yanayaku (che in lingua locale significa “guerriero nero”), costituito da una decina di case poggiate su palafitte in legno (apparentemente di dubbia stabilità, traballare al passo di chi attraversa l’impalcatura vicina o entra nell’abitazione), e dai tetti di paglia. In quest’area del Perù la gente venera Yakumama (madre agua). Le stanze non hanno finestre ma una fitta zanzariera ricopre parte delle pareti per evitare gli ingresso anche dei più minuscoli insetti. A volte inevitabile. Alla nostra prima cena c’era una rana in sala da pranzo. Oltre alle abitazioni degli ospiti ed uno per le guide (angeli custodi di ogni visitatore), una cucina, una sala relax con amache e un biliardino, una sala da pranzo. Qualsiasi pacchetto turistico prevede sostanzialmente le stesse attività nella foresta e nel fiume. Il prezzo varia a seconda del lusso che ci si vuole concedere nel pernottamento. L’elettricità è generata dal solare ed è disponibile dalle ore 18:00 alle 21:00 circa. Abbiamo un bagno con una doccia, in questa zona del Perù fredda non è poi così male. Tutti gli alloggiamenti sono in posizioni isolate, spesso in prossimità di un affluente del Rio delle Amazzoni, a cui si accede facilmente con escursioni in barca, per permettere ai visitatori varie esperienze, sempre accompagnati da una guida locale (impensabile e vietato addentrarsi da soli nella foresta, a meno che non si tenti suicidio). Harley è un ragazzo di 22 anni, rivereño, come del resto tutte le guide amazzoniche. E come tutti, conosce gli animali della giungla, ne riconosce il verso, a volte lo sa replicare (che bravo! E io non riesco nemmeno a fischiare…), sa percepire la distanza, e molto prima di noi sa avvistare un animale perfettamente mimetizzato nell’ambiente indicandoci dove si trova. La prima sera è forse l’uscita più spettacolare, un po’ per l’entusiasmo di quelli appena arrivati e un po’ per le sorprese della natura che dovremmo imparare a ringraziare più spesso e trattare con rispetto (alla fine siamo suoi ospiti, se abbandoniamo la presunzione di esserne padroni). Vi racconto l’esperienza della nostra prima uscita. Dopo cena, a piedi dal lodge, muniti di luci sulla testa, pantalone lungo e k-way per coprire il corpo dalle zanzare e stivali per il fango, ci incamminiamo dentro le fronde. I suoni della natura prevalgono su tutto. È un frastuono di cinguettii mai sentiti prima, e gracchiare di rane. Le nostre luci, unico barlume artificiale nel buio della notte, illuminano scorpioni, insetti di vario tipo, ragni, farfalle che dormono, rane colorate dagli occhi rotondi adagiate su foglie ampie, ad esempio la colorata Red spotted frog, un bradipo che arrotolato sul ramo di un albero accenna poi a muoversi timidamente e lentamente (come Valerio quando supera i 4000 metri). Il suo manto è mimetico rispetto ai tronchi degli alberi, ma la sagoma è inconfondibile. Siamo abbastanza vicini al ramo che abbraccia. Notiamo l’espressione sgraziata e primordiale, le tre unghie lunghissime aggrapparsi a rallentatore, ma con efficacia, al ramo. In genere i bradipi stanno alti sugli alberi. Scendono solo una volta a settimana, per defecare. La specie peruviana ha tre unghie. In altre zone ne hanno soltanto due.

Nei giorni seguenti facciamo varie uscite in canoa, una all’alba per vedere il volo mattutino di molte specie di uccelli, navigando solo a remi, affinché il rumore del motore non disturbi e allontani gli animali. Comunissimi in questa zona il Martin Pescatore, la Mama Vieja, il Black Volture, e i gabbiani di fiume. Nel nostro cammino incontriamo vari alberi giganti, dalle radici ben salde e chissà quanto profonde sotto il suolo, l’albero boa, che cambia la sua corteccia, vari alberi con liane forti in grado di reggere fino a 200 kg di peso. A volte sono casa di serpenti. Impariamo che non c’è da temere se hanno gli occhi rotondi, simili a quelli delle rane, perché non sono velenosi. Comunque, in generale, non toccare nulla, nemmeno le foglie, è la regola. Alcune vengono utilizzate per cucinare, ad esempio per tagliare. Nella laguna dal colore verde, contrastante con le acque marroni dello Yanayaku, ci fermiamo a pescare piranha, o almeno tentare, usando come esca la pelle del pollo avvolta bene all’amo come a formare una pallina. Spesso i pesci mangiano l’esca, rapidi e veraci, prima che riusciamo a tirarli su, lasciandoci a mani vuote. Solo raramente il morso di questi pesciolini dalla pancia arancione e dai denti aguzzi, capaci di staccare un dito umano, aggancia l’amo, e qui la pesca ha successo. Ne prendiamo uno a testa in alcune ore di pesca. I piranha sono commestibili. Infatti li ritroviamo a pranzo, fritti. Il pranzo e la cena sono generalmente piatti a base di un’abbondante porzione di riso bianco, talvolta banana fritta, verdure, pollo o pesce, frutta come ananas o anguria o papaya.

Un’uscita particolare e d’obbligo è quella nel Rio alla ricerca dei delfini rosa e grigi. Ci sorprendono le pinne rosa di questi insoliti mammiferi di fiume, uscire in superficie fino a mostrare il dorso e il becco appuntito. I delfini grigi sono molto simili a quelli già visti nei nostri mari, almeno per la pinna dorsale più appuntita, eppure stona pensarli nuotare in acqua dolce. I delfini rosa, alla vista, sembrano animali fantastici; tanto è difficile immaginare questi mammiferi così insoliti.

Altre escursioni prevedono lunghe camminate sotto le fronde degli alberi, incontrando le radici di alberi giganti, a volte casa di serpenti ed enormi nidi di termiti – ottimo repellente naturale, se si è a corto di quelli chimici portati in valigia in bottigliette spray – e lagune in cui l’acqua del fiume è permanente anche nella stagione bassa, quella estiva. Tutto il resto è una sorpresa. Ci sono rive in cui le guide non si addentrano, perché reputate molto pericolose, in quanto habitat naturale di anaconde e alligatori che forse non apprezzerebbero gli intrusi. Si arriva in prossimità di queste zone off limits, ma ci si ferma dove i locali conoscono il sentiero e dove i turisti possono sentirsi protetti dal macete che ogni accompagnatore porta per ragioni di sicurezza, ma in genere non usa (si cammina sempre su percorsi già battuti). Tra le specie di uccelli particolari e molto rare avvistiamo quelli che in lingua locale chiamano gli schasho (hotzin il nome in inglese), una razza di uccello primitivo, dal piumaggio folto e da una curiosa cresta sulla testa che ricorda vagamente lo pterodattilo. Il suono che emette è inconfondibile per il nostro accompagnatore. Dobbiamo proseguire con cautela e in silenzio per avvicinarsi abbastanza e non farli volare via prima di catturarli in alcune fotografie. Sul sentiero troviamo una piuma. È un ricordo da mettere in valigia. In una radura adibita al camping possiamo appiccare un piccolo fuoco costruendo una ragnatela di bastoni e incendiando con fiammiferi le foglie secche. Cuociamo del pollo su un bastoncino, e prepariamo un’insalata su di una foglia gigante da utilizzare come piatto, disinfettata con le fiamme.

La Isla de Los Monos è a circa un’ora di navigazione dal nostro lodge, accessibile attraccando su di una sponda del Rio delle Amazzoni. È una isola e area protetta in cui vivono, sotto osservazione e cura di esperti e volontari, una quarantina di esemplari di scimmie della regione amazzonica appartenenti a 6 specie differenti. Le scimmie, specialmente le più piccole, sono evidentemente abituate ad accogliere i visitatori, arrampicandosi immediatamente dagli stivali, ai pantaloni, salendo per la maglia e avvolgendo la lunga coda dall’estremità prensile al mio collo. Con le manine si aggrappano persino ai miei capelli. Iniziano a leccare il sudore, ghiotte del sale. Si accomodano su di noi anche in due o tre insieme, una sulla testa, una sulla spalla e una in braccio, e rimangono per tutto il tragitto lungo la foresta, mentre un volontario ci racconta dell’attività e degli studi svolti osservandone comportamenti. Sono giocose. Si allungano per acchiappare le foglie da mangiare. Una scimmietta che porto sulla spalla me ne offre una con spirito di condivisione.

L’ultima attività amazzonica ci porta ad ammirare la cosiddetta Viktoria Reja (Giant Warrior Lilis); la pianta gigante del Perù. Si presentano spettacolari, galleggianti su di una laguna che riflette perfettamente i colori degli alberi, e del cielo, in una giornata soleggiata (in cui la temperatura percepita ti fa sudare 7 camicie nel vero senso della parola, perché non si può stare a maniche corte causa prevenzione punture, e perché fa veramente caldo!). Questa pianta ha una forma rotonda e ricorda le ninfee dell’Asia. Eppure, è carnivora come alcune piante in America del Nord. Si nutre infatti degli insetti morti assorbendone la carcassa. Sulla sua superficie sono presenti delle piccole spine, come fossero degli innocui pelucchi, ma letali. Può crescere fino ad un diametro di alcuni metri. Al ritorno l’Amazzonia ci saluta con il volo spettacolare di stormi di Timicuro, specie di uccelli snelli dal becco allungato e dal piumaggio bianco immacolato, piuttosto comuni in questa regione e sugli affluenti del Rio.

ALCUNI CONSIGLI SULL’AMAZZONIA PERUVIANA (REGIONE DI IQUITOS)
COME ARRIVARE
Il volo giornaliero della compagnia locale Sky Airlines da Lima a Iquitos impiega circa una ora e mezza. Il centro di Iquitos lo si attraversa nei motorini con cassone a tre ruote o in taxi. Non serve lasciarsi impressionare; questo è il più comune, comodo ed economico mezzo di trasporto. Le strutture di accoglienza e gli ecolodge si raggiungono con imbarcazione perché situati all’interno della foresta, sul Rio delle Amazzoni, o più spesso sono ancora più nascoste nella selva, in prossimità della riva di uno dei suoi affluenti.
QUANTI GIORNI
Almeno quattro giorni è la durata ideale per apprezzare la natura di questa zona unica del pianeta. Le attività che possono proporti le varie organizzazioni, se organizzate preventivamente, sono piuttosto simili, specialmente le escursioni nella foresta e le camminate diurne o notturne, dovunque ci si trovi nella foresta amazzonica. È la natura che fa la differenza sorprendendo i visitatori con la sua fauna costituita prevalentemente di insetti, anfibi, rettili, svariate specie di uccelli e pappagalli, scimmie di piccola taglia (scimmie scoiattolo e leone), raramente di bradipi da intravedere sui rami più alti, i delfini rosa e grigi di fiume. Quindi ricordate che il prezzo è soltanto relativo alla struttura in cui si dorme. Questo il nostro consiglio per quanto riguarda i soli dintorni di Iquitos.
Ci sono poi molte altre modalità per visitare l’Amazzonia (ad esempio in nave da crociera con notte sulle amache da Iquitos a Manaus – tratto sul Rio delle Amazzoni da Perù a Brasile), con tempistiche sicuramente più lunghe.
Oppure, sempre sull’Amazzonia peruviana, per pochi giorni, potrete prolungare dalla zona di Machu Picchu, senza dover prendere un aereo fino al Nord, ma comunque fare una breve esperienza nell’Amazzonia meridionale.
COME VESTIRSI E ATTREZZATURA
Abbigliamento leggero ma coprente. Portare un repellente anti-zanzare e una fascia a torcia per la testa, cappello, occhiali da sole, crema solare. In genere i lodge forniscono stivali per le escursioni.
BUDGET
I lodge più economici, comprensivi di pasti e bevande e tutte le escursioni con guide locali, partono dai 50 euro al giorno, fino a 100 o 300 euro al giorno man mano che si sale di livello rispetto alla struttura. Il prezzo dipende esclusivamente dal “lusso” dell’alloggio, non dalla tipologia di escursioni.
STOP ATLANTA, USA

Nota che apparentemente non c’entra nulla con il Perù… ma molto personale e città a cui mi sono affezionata per una serie di vicissitudini. Ve le racconto, e vi racconto un po’ di Atlanta. Avevamo prenotato un volo di una compagnia a stelle e strisce (di cui non faccio il nome ma intuibile), abbastanza economico per agosto e per la triste impennata dei prezzi del 2022 con lungo scalo ad Atlanta (8 h di stop) all’andata, e breve scalo al ritorno. I voli diretti per Lima non esistono, almeno quest’anno, quindi i prezzi variano in base a compagnia, scali e loro durata. Nel primo, lungo scalo, di andata abbiamo avuto modo di visitare la capital city della Georgia. Piacevolmente impressionati della gente nera, qui nettamente in maggioranza rispetto ai bianchi, con le mille acconciature differenti, le stravaganti muscle car con ruote e cerchioni oversize, lo slang della gente e l’entusiasmo travolgente che sa tanto di America, mega hamburger al bisonte, patatine fritte, birre e bevande gassose tanto gustose e poco salutari. Abbiamo rinunciato alla visita del museo della Coca Cola (ingresso 20 euro), valutandolo, almeno dall’esterno, come un enorme centro pubblicitario. Eppure, Atlanta ci ha lasciati piacevolmente sorpresi dall’accoglienza americana, per la sua gente e per le sue strade di grattacieli e street art urbana, che – non so perché – ma riempie di ottimismo come sul finale dei film hollywoodiani più patriottici.

Al volo di ritorno la compagnia ha fatto overbooking, pratica non concessa dalla normativa a tutela del viaggiatore, eppure ancora in voga (a quanto pare… o forse sono io che li attiro? È il mio secondo overbooking nel giro di 3 anni, di cui 2 di pandemia). Quindi abbiamo acconsentito alla ri-prenotazione sul volo del giorno seguente, stessa meta Roma Fiumicino, e stessa compagnia, allo stesso orario, con una notte spesata in un hotel 5 stelle con colazione. E quindi cena con hamburger e birra davanti al bar e ai megaschermi che mandano in onda più partite di football in contemporanea. La colazione è ovviamente abbondante a base di uova e bacon. Quindi serve visitare la sala fitness (per smaltire i sensi di colpa), e poi la sala giochi (il volano nel prato e il canestro con dei sacchetti – dice sia uno sport, mai sentito), sacchi di pop-corn gratuiti (per far tornare i sensi di colpa). Ora finalmente boarding. Ah, altra nota particolare su questa giornata, a renderla un po’ sfigata, un po’ fortunata, e allo stesso tempo un po’ speciale: il 4 settembre 2022 era il mio il giorno del mio compleanno.
Un viaggio durato due settimane, partito dalla capitale Lima. Attraverso un altro deserto del mondo. Le linee di Nazca. Arequipa e i dintorni del Colca. L’eleganza dei condor in volo. Le popolazioni Uros e l’ospitalità sulle isole Amantani, sotto le stelle, e sulle Taquile, sotto un sole che scalda l’inverno. Fino a Cusco. L’arcobaleno più bello del Perù, a Vinicunca. Il sorriso degli alpaca e il muso allungato dei lama. La storia della Valle Sacra e le tracce dell’ antica civiltà Inca. Una nuova meraviglia del mondo, Machu Picchu. Ancora un viaggio nella selvaggia Amazzonia. Ancora una volta Explovers. Un Perù esplorato in lungo e in largo, fino a farci venire l’acquolina in bocca al pensiero di una spaghettata al sugo all’italiana. È quando i viaggi diventano perfetti ricordi, che mancano, e insegnano, davanti ad un piatto di spaghetti. Grazie ai miei compagni di viaggio, il valore aggiunto di ogni nuova scoperta.
Dedicato a Cecilia, Alessandro, Elisa, Nicola, Ambra, Emanuele, Celeste, Federico, Noemi, Federico e Valerio.
Margherita