Laos

Il racconto di un viaggio lungo il fiume Mekong

🛬 Luang Prabang – 3 giorni (volo da Bangkok)

🚌 Vang Vieng – 2 giorni

🚆 Vientiane – 2 giorni

✈️ Pakse – 1 giorno

🚣 Si Phan Don – 3 giorni (proseguimento del viaggio al confine cambogiano)

La Repubblica Popolare Democratica del Laos è uno stato del Sud-Est asiatico senza sbocco sul mare, il più povero tra i confinanti Myanmar, Cina, Cambogia, Thailandia e Vietnam.

La moneta è il kip (1 euro = circa 16000 kip).

La lingua ufficiale è il laotiano. Ma si può comunicare un po’ in inglese. E con tanti sorrisi.

Il fuso orario è 6 ore avanti rispetto all’Italia.

Tra i requisiti d’ingresso sono necessari passaporto e visto, che può essere fatto in loco, o previa partenza online http://laoevisa.gov.la/. Attenzione ai siti fasulli. Il costo è 50 dollari.

La stagione secca permette di ridurre i rischi negli spostamenti dovuti ai disagi nei periodi di piena. Va da ottobre a marzo.

Il costo della vita è bassissimo se comparato agli standard occidentali. In un ristorante a misura di turista si può spendere un massimo di 10 euro a persona. La cena più economica è costata 1,50 euro (abbondante zuppa di noodles e verdure e una birra).

Il clima è tropicale, caldo umido in tutte le stagioni, con picchi di umidità nella stagione delle piogge (fino al 100%). Mettere in valigia spry anti zanzare, crema solare, farmaci contro la dissenteria.

I transfer più comodi e veloci, specialmente su lunghe distanze, sono in treno. Tuttavia è possibile organizzare viaggi in mini-van privato, o utilizzare i bus pubblici, e i tuk tuk in città. Gli spostamenti sono rigorosamente in barca lungo il Mekong e gli affluenti.

Luang Prabang è la nostra prima scoperta in questo paese. Meta sacra e turistica. La via principale si snoda lungo gli ingressi ai templi e la prima, vera, esperienza e contatto con la cultura locale la abbiamo alle prime luci dell’alba, quando le persone, laotiani e viaggiatori, attendono pazienti l’arrivo dei monaci per la cerimonia del tak bat, la questua dei monaci, un rituale risalente alle origini del buddismo, quando i monaci erano dei viandanti il cui unico possedimento era una ciotola per raccogliere il cibo. Memori di questo, oggi i monaci prendono cibo e porgono cibo alla gente inginocchiata, che sia riso, o frutta secca, o snack, mantenendo viva, ogni giorno, questa tradizione a cui si può assistere in tutto il paese. A Luang Prabang si incontrano la maggior parte dei monaci in una stessa via, essendo questa disseminata di templi. Il Wat Xieng Thong (Golden City o Golden Tree Monastery) è collocato al culmine delle via ed è il tempio più fotografato del Laos. Ma anche quello più ricco di visitatori, cerimonie e via vai di monaci. Interessante ammirare i dettagli dei mosaici, i colori vivaci con cui sono decorati i templi. Al loro interno sono frequentemente presenti giganti statue dorate del Buddha, ai piedi dei quali le persone offrono doni di fiori arancio, frutta e denaro. Sul lato destro della via scorre il Mekong, che al tramonto si riempie di barche in legno dalla forma allungata. Alcuni ristoranti a misura di turista (con gli alberi di Natale totalmente fuori contesto per il clima caldo umido di questo paese), si alternano a mercatini di cibo di strada dove sui barbecue si cuociono zampe di gallina, interiora di maiale, cuore e polmone di pollo, o i grandi pesci del fiume conservati nel sale e poi cotti alla brace e serviti in uno spiedino, da accompagnare con sticky rice o insalate di verdure e papaya. Lo sticky rice è il piatto più popolare della cucina locale. Lo si mangia come in Italia il pane, la pasta o la pizza. Anche solo come accompagnamento. Si tratta dell’alimento per eccellenza per oltre l’80% della popolazione. I contadini lo mangiano alla mattina perché può saziare per 5 o 6 ore, a differenza del riso bollito che è più digeribile, e quindi scatena prima la sensazione di appetito, mentre altre pietanze come carne e pesce sono più proibitive per il costo. La cottura del riso segue procedure più lunghe e il risultato è questo riso colloso servito in piccoli cestini in bambù, fatti a mano, perfetti per la cottura al vapore. Per consumarlo è consuetudine fare palline con le mani e poi portarlo alla bocca con le bacchette in legno. Sul lato opposto della strada si susseguono vari locali sistemati per i visitatori, e le bancarelle del mercato principale allestito sotto tendoni dai colori nazionali, rosso e blu, in cui vendono cianfrusaglie, souvenir, ma anche bellissimi papiri dipinti artigianalmente con raffigurazioni di draghi, volti del Buddha dormiente o nel Nirvana, a seconda della posizione delle mani sul volto, ed elefanti, l’animale nazionale. Ogni momento di relax può essere accompagnato da una bottiglia di Beerlao (il marchio di birra locale, il cui simbolo sull’etichetta è una tigre accovacciata, prodotta in Laos, di proprietà del gruppo Lao Brewery Company – LBC). Il culmine della vitalità lo incontriamo senza dubbio al Night Market, un vero paradiso per tutti gli amanti del cibo di strada. Allestito in una grande piazza, consiste in almeno una cinquantina di stand con specialità di cibo locale (zuppe di spaghetti di soia e verdure, spiedini di pesce o carne, pochi tipi di dolci ma tra questi il gelato thailandese).

Le luci al neon, la musica dal vivo e la frenesia si spengono intorno alle 22:00. Presto, ma non troppo considerato che ogni mattina la sveglia suona alle 5:30 per il tak bat e poi il mercato mattutino di prelibatezze, riso, frutta di stagione o secca, verdura e varie stranezze impossibili da trovare nei mercati d’Occidente (come topi morti o rane vive catturate in una rete da pesca).

Nei dintorni di Luang Prabang meritano una visita le cascate Kuang Si, un gruppo di cascate a tre livelli. La maggior parte delle vasche naturali nel parco è balneabile. Abbiamo salito la cascata fino alla fonte. Nella stagione secca c’è una percorso accessibile che porta in alto, ad una radura sull’estremità, in cui dei bambini giocavano su di un’altalena e a lanciarsi in acqua da un albero. Qui è possibile fare il bagno e l’acqua è pulita. Ai piedi della cascata una parte del parco è dedicata alla protezione degli orsi e un’altra delle farfalle, controllate e studiate in un santuario. In direzione opposta alle cascate, una barca sul Mekong permetterà di visitare le grotte Pak Ou, un bellissimo incontro tra natura e cultura buddista. Scavate nella roccia nel corso dei secoli e scoperte durante l’esplorazione del fiume da parte dei francesi a fine Ottocento. La grotta di Tham Ting contiene oltre 2500 statue di Buddha dalle differenti dimensioni, in legno o pietra e di differenti periodi storici, probabilmente offerte dei pescatori nel corso del tempo.

Sempre nei dintorni di Luang Prabang è possibile trascorrere una mattinata in un centro di conservazione e protezione degli elefanti. Il costo di ingresso può variare dai 30 ai 70 dollari a seconda del centro e del programma offerto ai visitatori, half o full-day. Tuttavia, non si tratta di miseri zoo, bensì di ampi spazi ben organizzati in parchi i cui confini sono tracciati nello stesso habitat degli animali e che comprendono giungla e percorsi sul fiume, in cui lavorano esperti e volontari, e il cui scopo è quello di proteggere gli elefanti asiatici da un lato, garantendone la riproduzione, e allo stesso tempo proteggere la popolazione da eventuali invasioni nel territorio degli umani degli animali selvatici. Infatti gran parte del ricavato del biglietto, che può sembrare caro rispetto agli standard delle attività turistiche in quest’aria, andrà a finanziare l’attività di veterinari ed esperti, oltre a garantire un’esperienza ravvicinata con gli animali. Abbiamo cavalcato gli elefanti sedendoci sul collo, senza imbracature, tenendo salde le grandi orecchie e mettendo le gambe sotto di queste, affidandoci totalmente all’animale in un percorso in mezzo agli alberi, assistiti dal personale del luogo a indicarci quando dare comandi di cambio direzione, tirando le orecchie da un lato o l’altro, oppure quando lasciarsi andare agli eventi affidandosi totalmente all’elefante. Gli elefanti non si saziano mai di mangiare banane. La proboscide si protrae continuamente a chiedere una banana alla volta al passeggero. I peletti irti dell’animale quasi bucano la pelle, essendo seduta a contatto diretto sulla pelle rugosa. Eppure dopo poco si avverte come un inspiegabile senso di fiducia. Quella degli elefanti è un’andatura dondolante ma salda tra ruscelli e pietre guardando in basso, e la folta vegetazione che copre il cielo guardando in alto. Un’esperienza che mai dimenticherò di questa passeggiata sull’elefante è il bagno nel Mekong. Gli elefanti adorano fare il bagno, almeno tre volte al giorno. A un certo punto si dirigono verso il fiume, e si immergono fino a coprire di acqua la testa. Respirano con la proboscide alzata sopra la superficie mentre l’acqua mi arriva fino al petto.

Il transfer da Luang Prabang a Vang Vieng in mini-van è organizzato da una delle tante guest-house della cittadina in cui alloggiamo. 180 km in 5 ore è, di media, la regola in Laos, senza gli intoppi del fango sulla strada sterrata che possono capitare nella stagione delle piogge. Invece la ferrovia è nuovissima, inaugurata solo nel 2021 e finanziata interamente dal governo cinese. I viaggi in treno permettono di abbattere notevolmente i tempi. Le corse sono solo 2 al giorno, o al massimo 3 a seconda dei festivi o feriali. E per ottenere i biglietti si può chiedere aiuto all’oste. Potrà procurarli con una piccola commissione. In quanto ad oggi non è possibile l’acquisto online e i laotiani stessi devono andare di persona all’apertura dei cancelli della stazione, mettersi in fila e sperare di ottenere i biglietti desiderati. Dunque ottenere i biglietti non sempre è possibile in alta stagione turistica per le pochissime corse garantite. Talvolta dobbiamo accontentarci di viaggiare a ritmi lenti, con pazienza, come fanno i locals.

Vang Vieng è un paese tranquillo sul fiume Nam Song (il cui nome deriva dal pesce song, pescato prevalentemente in notturna dai pescatori che usano solo le mani, una maschera e una torcia nei tratti dove si tocca e non ci sono cascate), incorniciato da un suggestivo paesaggio carsico. Prima dei mezzi a motore, quando gli spostamenti avvenivano esclusivamente con buoi, era una tappa di sosta per i mercanti, che si ritrovavano spesso a dormire nelle grotte. Negli anni ’70 divenne una popolare meta del divertimento e della trasgressione nel Sud-Est asiatico, frequentato prevalentemente dal turismo americano, e inevitabile tappa di mezzo tra Luang Prabang e la capitale Vientiane. Difatti, l’attività di tubing va per la maggiore, tutt’oggi a ricordare le abitudini di molti turisti di mettersi a mollo nel fiume sorseggiando birra. Tra le attività da non perdere consiglio il kayak lungo il fiume, per ammirare a fondo il Mekong e gli affluenti, fino alle grotte, aperte da pochi anni e da visitare con guida seguendo un percorso a corde sulla roccia, in cui non sarà difficile incontrare serpenti o ragni giganti, ma in cui i carovanieri usavano sostare e pernottare un tempo.

Da Vang Vieng viaggiamo (finalmente) in treno. L’architettura della stazione porta già la firma della Cina appena la si intravede. È illuminata da neon, e nuovissima. Al suo interno il personale esegue i controlli di sicurezza come in aeroporto. I treni sono efficienti e in orario. In sole 2 ore raggiungiamo la capitale (altrimenti il tragitto sarebbe potuto durare dalle 12 alle 15 ore in auto).

Vientiane è la capitale del Laos, situata sulla sponda sinistra del Mekong, al confine con la Thailandia, costituisce anche municipalità autonoma. È caratterizzata da un’architettura coloniale francese che si alterna a templi buddisti. Il più famoso, Pha That Luang, è un edificio dorato risalente al XVI secolo e considerato ormai un simbolo nazionale. Tra gli altri templi da non perdere in città, Wat Si Saket, con migliaia di rappresentazioni del Buddha. Wat Si Muang, costruito sopra un santuario indù. L’arco di trionfo, Patuxai, ricorda quello di Parigi e richiama più di ogni altra struttura al periodo coloniale.

Oltre ai templi in città, il COPE Visitor Centre merita una visita, essendo testimonianza del dramma ancora attuale delle mine antiuomo. In Laos si contano oltre 50.000 persone uccise o ferite da mine nel periodo tra il 1964 a oggi. Si stimano oltre 2 milioni di tonnellate di ordigni che bombardarono il Laos tra il 1964 e il 1973. Di questi, circa il 30% non si sarebbero detonati. Circa il 25% delle campagne rischia la presenza di ordigni, nascosti dalla terra, riemergere nei periodi delle piogge. Il COPE è un centro di riabilitazione, adibito all’assistenza fisica ma anche psicologica dei mutilati. Le conseguenze delle mine è un problema che affligge quei bambini degli anni ’50 che oggi ricevono dal centro le protesi e attenzione per ricominciare a vivere con l’uso di articolazioni artificiali. Un edificio del complesso è qui un museo di testimonianze con foto e racconti e storia che invita i visitatori alla riflessione sugli UXO, gli ordigni inesplosi. Non c’è alcun biglietto d’ingresso ma è possibile lasciare un’offerta.

A 25 km dalla città merita un viaggio in tuk tuk e una visita il Buddha Park (in lingua lao Wat Xieng Khuan), meraviglioso parco a tema a carattere religioso con oltre 200 statue in pietra di Buddha, di varie dimensioni, la maggior parte giganti. Si trova proprio dove il Mekong divide il Laos dalla Thailandia, confine valicabile attraverso il ponte dell’amicizia.

Un volo ci porta dalla capitale a Pakse, hub di trasporti verso l’arcipelago delle 4000 isole sul Mekong. Da qui è possibile prendere uno dei bus locali, che partono a riempimento e costano circa 6 dollari a persona. Oppure è possibile organizzare un transfer in minivan privato verso il porto di Nakasong. Da qui partono le imbarcazioni allungate e a motore per raggiungere le palafitte e le guest-house sul fiume.

La nostra si trova sull’isola di Don Det. Insieme a quella di Don Kohn, è l’isola più grande tra quelle dell’arcipelago Si Phan Don (che in laotiano significa appunto 4000 isole). Questa regione tropicale è costituita da piccoli villaggi rurali abitati da pescatori e da poco aperta al turismo, decisamente non di massa, al confine con la Cambogia. Il modo migliore per esplorare a fondo l’isola di Don Det è noleggiare una bici presso l’oste. Questa è collegata a Don Khon con un ponte in pietra costruito dai francesi oltre 100 anni fa. I delfini Irrawaddy sono una specie molto rara, ma ormai non li avvista nessuno da circa due anni, e sebbene i cartelli delle escursioni pubblicizzino la vista dei loro musi allungati e rosa, appena si chiede informazioni tutti confermano che non sarà possibile vederli. Tuttavia una barca può portare a vedere dei tramonti meravigliosi sul Mekong, circondato dal paesaggio carsico e tropicale che rende il panorama tanto spettacolare. La nostra permanenza sulle isole è un momento di relax. Le esploriamo a ritmi lenti, in bici e a piedi, visitando le cascate, imbattendoci in un matrimonio e nella festa di capodanno che il villaggio ha allestito con musica, balli e street food. All’alba anche qui non manca il tradizionale tak bat di un solo monaco che si ferma a benedire la gente inginocchiata lungo la via principale, con cui scambia cibo e preghiere.

Il viaggio nel Laos termina al confine cambogiano, che raggiungiamo affrontando un tragitto di alcune ore in barca e in mini-van. Qui salutiamo un popolo dimenticato, umile e sorridente, ricordiamo la meraviglia dei paesaggi sul fiume, di giungla e montagne, gli elefanti selvatici e le città disseminate di templi in cui incontrare sempre dei monaci dalle teste rasate, spesso a piedi scalzi, indossare le inconfondibili tuniche arancio, e villaggi remoti di persone dai cappelli di paglia a forma triangolare.

Pubblicato da ExpLovers.net

Blog di viaggi per appassionati e curiosi, amanti dell'avventura e dell'esplorazione, verso lingue e culture lontane, in cerca di certezze e novità.

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