Cambogia

Dal confine con il Laos, nei luoghi del genocidio, alla meraviglia di Angkor Wat

Premessa. Chi viaggia in Cambogia deve fare i conti con una storia drammatica di cui ancora oggi la memoria nazionale percepisce il dolore. Questa tragedia si è consumata dal 1975 al 1979, immediatamente dopo la Guerra civile cambogiana, quando salirono al potere, per elezione del popolo e in seguito al malcontento contro il generale Lon Nol, gli Khmer Rouge (rossi, ovvio richiamo al comunismo), guidati dal primo ministro Pol Pot. Era figlio di una famiglia benestante di origini cinesi e fu studente in Francia, affascinato dalle teorie marxiste. Fu la mente criminale del piano di sterminio cambogiano mirato alla creazione di una società “pura”, agraria e comunista. Eppure, tutti i crimini contro l’umanità iniziarono con una menzogna. Solo 4 ore dopo l’elezione, ebbe atto uno dei più tristi capitoli della storia nazionale: la città di Phnom Penh venne evacuata e la popolazione venne mandata a lavorare nei campi. I dissidenti vennero uccisi. Vennero costruiti 180 campi di lavoro e 400 campi di sterminio in tutto il paese. In questi pochi anni ben 3 milioni di cambogiani su una popolazione di 8 milioni furono uccisi dai loro stessi connazionali. Proprio come il nazismo in Europa o lo stalinismo in Russia, più vicini alle nostre origini di viaggiatori occidentali e raccontati nelle nostre scuole, perciò di cui abbiamo generalmente maggiore consapevolezza, il potere dei khmer rossi costituisce analogamente memoria mondiale di un regime violento e insensato, neanche troppo lontano dal presente e di cui vediamo ancora fresche cicatrici aperte nei racconti dei superstiti, e che mai vorremmo ripetersi.

La Cambogia è un Paese del Sud-est asiatico confinante con la Thailandia, il Vietnam e il Laos. Attualmente è una monarchia costituzionale.

La moneta è il riel cambogiano (1 euro = circa 4000 riel)

La lingua ufficiale è khmer. Così come l’etnia prevalente. Circa il 90% della popolazione è di etnia cambogiana, discendente dagli antichi khmer giunti dall’India del nord.

La religione principale è per il 98% buddhismo, soprattutto nella sua forma Theravada. Per il 2% è praticata la religione islamica della comunità Cham. Diventare monaco è usuale per molti figli maschi. Entrare in una comunità di monaci per un periodo della vita non è soltanto segno di devozione, ma anche una valida opportunità per studiare.

La Cambogia è il paese del Sud-est asiatico con il più basso livello di istruzione scolastica. Tra i bambini e le bambine di età compresa tra i 5 e i 14 anni, oltre il 18% sono impiegati in lavori minorili e il 79,2% non hanno accesso all’istruzione. La maggior parte della popolazione è agricola. 

🚌 In viaggio verso la capitale

🌃 Phnom Penh

🚣 In viaggio verso Siem Reap con stop: lago Tonlé Sap e mercato di Skuon

🛕Angkor

Il nostro viaggio in Cambogia inizia al confine, al Trapeang kriel border, arrivati dalle isole del Si Phan Don nel Laos dopo un viaggio in barca e in mini-van di alcune ore. Qui mostriamo il visto, fatto online prima della partenza dall’Italia. Lo si può fare anche in loco, pagando in dollari (il costo è circa 35 USD), e mostrando il biglietto aereo per il viaggio di ritorno.

Tutti gli spostamenti li abbiamo fatti in mini-van con driver. Il primo è un lunghissimo tragitto che va dal confine alla capitale Phnom Penh e dura circa 9 ore. Dal finestrino scorrono strade non asfaltate, i tuk tuk e i furgoncini con cassone che funzionano da bus, stracarichi di persone, partono a riempimento. Ai lati della strada si vedono i profili delle palme da zucchero, grandi fabbriche di peluches, scarpe o altro, dove la manodopera sarà sicuramente a poco prezzo e dove lavorano anche i bambini. La strada è per la maggiore polvere e zone remote, finché nell’ultima tratta non si intravedono le luci della città e si iniziano a percorrere strade asfaltate. La sera sono prepotenti le luci al neon, accendersi di colori vivaci nel buio. Passiamo davanti al Monumento dell’Indipendenza, dall’aspetto che ricorda uno stupa (tempio), per celebrare l’indipendenza dalla Francia nel 1953. Eppure, come nel Laos, anche la Cambogia porta le tracce della colonizzazione. Soprattutto le grandi città mostrano architettura coloniale, forni con baguettes e croissants, e ristoranti che propongono nei menù specialità della cucina francese. Attraversiamo lunghi viali e arriviamo finalmente in hotel. Nella capitale è possibile trovare alloggi di alto livello a misura di turista dal prezzo low cost. Come in ogni paese a maggioranza buddhista, la città è ricchissima di templi, dai più umili ai più sfarzosi, tutti finemente decorati e colorati. In città girano pochi tucani e alcune scimmie, transitano sciami di tuk tuk (a differenza di quelli laotiani con cabina di guida coperta per la pioggia) e motorini, passeggiano tanti locals, molti monaci e qualche turista.

Il giorno seguente visitiamo la città con guida locale. Il Palazzo Reale è riaperto alle visite dopo la chiusura a causa della pandemia di Covid-19. Fu costruito nel 1860 in stile khmer con eleganti viali e molteplici edifici contenenti tappeti, statue in oro e arredi di pregio, una biblioteca e un tempio. L’allora sovrano Norodom trasferì la capitale della Cambogia a Phnom Penh. Da allora il palazzo è residenza ufficiale della famiglia reale. La Pagoda d’Argento, così chiamata per via del materiale con cui sono realizzate le piastrelle del suo pavimento (5 tonnellate di argento), è il principale edificio monumentale e uno dei pochi templi che hanno resistito alla furia distruttrice degli khmer rossi. Qui il re poteva consultarsi con i monaci. I materiali sono anche marmi e i Buddha son decorati da diamanti preziosi.

Il museo del genocidio di Tuol Sleng (il cui significato della parola è “albero velenoso”, altrimenti noto come prigione S-21) è oggi triste testimonianza storica della strage degli khmer rossi sulla popolazione cambogiana. Era una scuola, trasformata nella prigione dove si consumarono le più crudeli torture su vittime innocenti. Qui si entra in punta di piedi, riflettendo sulla tortura, l’ingiustizia e la morte che attraversò, prepotentemente, questo luogo. Oltre 20.000 persone passarono in questo centro di tortura. Molte non sopravvissero. Le celle sono piccole, spoglie e buie, nonostante sia pieno giorno. Un letto di ferro è posizionato al centro della stanza. Qui il prigioniero dormiva, mangiava (nella ciotola poteva contare i chicchi di riso), faceva i bisogni (in una specie di vaso), si ammalava per la malnutrizione, le scarse condizioni igieniche e aspettava la liberazione della morte. In queste celle vennero imprigionati gli alti ranghi della società cambogiana (medici, insegnanti, avvocati e oppositori politici). Gli studenti e gli intellettuali, chi parlava due lingue o semplicemente chi portava gli occhiali e tutti coloro che avevano un’istruzione tale da poter contrastare la dittatura, le loro donne e i bambini e intere famiglie, secondo il regime meritavano la morte. Subivano anche torture psicologiche, quando venivano mortificati dai soldati nel lavoro dei campi, non sapendo lavorare in agricoltura: giustificazione per uccidere. I bambini venivano distaccati dalle famiglie e talvolta resi spie dai vietnamiti. Così i vietnamiti poterono distruggere l’armata khmer quando arrivò al confine di Ho Chi Minh. Riuscirono a vivere più a lungo i contadini e chi svolgeva lavori di manovalanza, più facilmente convertibile al regime. Le generazioni attuali sono infatti in gran parte i discendenti degli allora ceti più poveri. Nelle stanze sono esposte anche alcune fotografie. I prigionieri cambogiani venivano numerati. Quelli vietnamiti erano contraddistinti dal nome, perché distinguibile dai comuni nomi nazionali. Alle donne venivano tagliati i capelli. I familiari venivano separati. Nelle celle più strette c’è a malapena lo spazio per stare seduti. Ogni tentativo di comunicazione veniva severamente punito.

Quando i vietnamiti liberarono Tuol Sleng, trovarono solo 7 superstiti. 2 di questi sono ancora oggi in vita (anno 2022). Uno di loro è un uomo stempiato, dagli occhi sinceri e dall’espressione serena, di nome Chum Mey. Rendendosi utile ai soldati nel riparare una macchina da scrivere in Tuol Sleng ebbe la vita risparmiata fino alla liberazione. Lo incontriamo proprio nel giorno della nostra visita seduto ad un tavolino, nel cortile principale, fuori dalle prigioni. Sorridente ai passanti, semplicemente in attesa che qualcuno si fermi, per una foto o l’acquisto del libro, autobiografico, tradotto in più lingue. Una testimonianza ancora vivente e personale sull’orrore dello sterminio cambogiano.

Questa è la storia di un ragazzo di campagna la cui sola ambizione era di essere meccanico e di riparare macchine e autocarri, ma che divenne una delle milioni di vittime dei khmer rossi. Sono sopravvissuto, ma non posso dire di essere stato fortunato. Mia moglie e mio figlio sono stati uccisi e le torture che ho subito sono state terribili, forse sarebbe stato meglio morire che sopravvivere. Ma sono sopravvissuto e credo sia mio dovere di raccontare la mia storia. (…) Desidero che il mondo sappia cosa è realmente successo e non voglio che coloro che sono morti siano dimenticati.

(Estratto da Sopravvissuto – Il trionfo di un uomo ordinario nel genocidio dei khmer rossi)

I pochi sopravvissuti da S-21 e altri prigionieri venivano mandati a morire al campo di sterminio poco distante e più grande tra quelli costruiti nella nazione, Choeung Ek. Lo attraversiamo percorrendo la strada della morte. Dall’accoglienza dei prigionieri, ai luoghi delle torture e delle uccisioni, ai microfoni dove si alzava il volume della musica per coprire le urla dei bambini, alle fosse comuni scavate dalle stesse vittime, e lo stupa commemorativo che custodisce migliaia di teschi e ossa rinvenuti anni dopo le stragi, sotto al fango, dove l’erba non cresceva a causa delle sostanze chimiche utilizzate a decomporre i corpi e ad attenuare l’odore. I racconti della nostra guida sono agghiaccianti, quanto veritieri. Chiunque arrivasse al campo non sapeva perché era lì, cosa sarebbe successo e tanto meno come sarebbe stato ucciso. I metodi erano spesso brutali. Mille nastrini colorati, braccialetti, collane e pupazzi penzolano dai rami del killing tree (l’albero della morte). Qui venivano uccisi soprattutto bambini, sbattendone il cranio contro il tronco. Ai soldati veniva detto “se sai uccidere una lucertola, un cane, un pulcino, allora sai uccidere anche un bambino”. Come successe anche per altri crimini contro l’umanità, vennero processati solo i gerarchi.

Il giorno seguente è un altro viaggio di cinque ore circa verso la capitale turistica e culturale della Cambogia, Siem Reap. La prima sosta è davanti a delle bancarelle di zucchero di palma. Il frutto è grosso come un melone e ha l’aspetto di una melanzana, però ha una consistenza molto dura, perciò lo si taglia con grandi coltelli affilati dalla punta all’insù che sembrano quasi sciabola. Sono moltissimi i campi di palme tutt’intorno. Sulla strada sostiamo anche a un negozio di sculture del Buddha, la maggior parte giganti, alte quanto le case, e tutte in pietra.

Al mercato di Skuon i cambogiani sostano per assaggiare gli insetti, cotti al vapore o fritti, che consumano come snack. Le auto si fermano. Le donne si affrettano ad avvicinarsi ai finestrini, mostrando i vassoi stracolmi che portano abilmente in equilibrio con una mano, sul braccio teso a 90 gradi. La tarantola non è poi così male. L’ultima sosta del viaggio è al villaggio di Kampong Khleang, costruito su palafitte sul lago. L’odore del pesce affumicato entra nelle narici. Questa è l’attività principale. Viene esportato soprattutto nella vicina Thailandia.

Ci avviciniamo al porticciolo verso il lago Tonlé Sap. Per 15 dollari è oggi un’attrazione turistica fare un giro sul lago per vedere le case galleggianti. Sono baracche in legno e lamiera, estremamente povere e decadenti, costruite su barili vuoti. Ondeggiano al passaggio delle barche. Ma sono vive di persone che entrano ed escono. Alcune si riposano sulle amache. Ci sono i panni stesi, sicuramente lavati nelle acque del lago. I bambini giocano anche sulle barche, con la naturalezza e la spensieratezza dell’infanzia. Il rumore dei motori è assordante. Uno spettacolo fatiscente, quanto reale, di questo angolo del mondo di cui parliamo troppo poco e sappiamo quasi nulla.

Siem Reap è la meta che non può mancare. Antica capitale del regno khmer, testimonia la ricchezza del passato impero. Il nome significa letteralmente “sconfitta dei siamesi” e si riferisce alla vittoria dell’impero khmer sull’esercito del regno Thai di Aytthaya nel XVII secolo. La città è attrezzata di strutture di accoglienza, ristoranti sul Mekong e la via dei turisti, Pub street, addobbata di scritte luminescenti e ricca di locali su entrambi i lati che vendono birra a marchio Angkor a 1 dollaro, con musica live e karaoke. Decisamente punto di ritrovo per volti occidentali di passaggio.

Da qui si parte per la visita di Angkor, noto per essere il più grande sito religioso al mondo, dibattuta meraviglia del mondo mancata. Angkor è anche il simbolo della Cambogia, tanto che appare al centro della bandiera nazionale, ed è il sito del paese più visitato dai turisti. Il complesso fu fatto costruire dal re Suryavarman II, nel 1100, presso Yasodharapura, l’allora capitale dell’impero. Il progetto fu concepito in modo tale che la sua costruzione progredisse contemporaneamente su 4 lati, in modo da arrivare al centro e completare la struttura in meno di 40 anni. In controtendenza con il tradizionale shivaismo dei re precedenti, il complesso venne dedicato al dio Visnù. Angkor Wat è il tempio meglio conservato della zona ed è l’unico a essere rimasto un importante centro religioso fin dalla sua fondazione, rappresentando il riferimento per ogni realizzazione architettonica khmer, che gli esperti categorizzano in angoriana, pre- o post-angoriana. Angkor Wat riassume due principali concetti architettonici: il “tempio-montagna” che si erge all’interno di un fossato a simboleggiare il Monte Meru (la montagna degli dei nella religione Indù) e i successivi “templi a galleria” che si snodano per il resto del complesso. Il tempio principle e centrale è a forma di rettangolo, lungo circa 1,5 km da ovest a est e 1,3 km da nord a sud; all’interno del fossato che circonda completamente il muro perimetrale di 5,6 km vi sono tre gallerie rettangolari, costruite una sopra l’altra. Al centro del tempio si trovano cinque torri. A differenza di molti templi di Angkor, Angkor Wat è orientato a ovest. Gli studiosi sono divisi sul significato di questa scelta. L’ipotesi più probabile è che si tratti di un mausoleo, un luogo dove il re potesse essere venerato dopo la morte. Infatti, l’entrata principale a ovest era una consuetudine dei templi funerari, mentre i templi indù erano orientati a est. Il complesso viene ammirato per la sua grandiosità, per l’armonia dell’architettura, per i suoi grandi bassorilievi raffiguranti numerosi devata (divinità indù) e le apsara (le danzatrici celesti), ciascuna in una posa differente, che adornano le pareti. Il nome moderno, Angkor Wat, significa “la città dei templi”. La meraviglia davanti ai nostri occhi inizia alle prime luci dell’alba, quando l’atmosfera diventa pian piano più luminosa fino a svelare la sagoma delle cinque torri e i contorni delle palme da zucchero, poi riflettersi sull’acqua del lago. La visita del tempio è una scalinata fino alla torre centrale. Si prosegue nei corridoi. Agli angoli sono ancora posizionate le statue di Buddha dalla testa che fu mozzata durante il regime degli khmer rossi. Il taglio della testa simboleggiava l’impossibilità della reincarnazione. La statua più grande, al centro, è di Visnù.

Il sito è composto da molteplici templi, viali con statue, fortezze, tanto che non ci si rende conto della sua grandezza. Bayon lo si raggiunge in auto. L’ingresso è una strada che conduce ad un arco in pietra. Ai lati statue di demoni e soldati. Percorriamo mura con bassorilievi che rappresentano scene mitologiche, ma anche episodi della quotidianità, di caccia, raccolta e guerre. Il tempio buddhista per eccellenza del sito di Angkor, Bayon, è una meravigliosa composizione di faccioni di Buddha scolpiti sui 4 lati dei monolitico, dal sorriso appena accennato, occhi socchiusi, orecchie dai lobi allungati e il classico copricapo decorato; profonda sensazione di equilibrio, pace e spiritualità.

Ta Prohm è un altro, imperdibile, complesso templare nell’enorme sito di Angkor, una volta tempio buddista, oggi affascina soprattutto per la vegetazione che inghiottisce la pietra, la stessa condizione in cui fu ritrovato: alberi che crescono sulle rovine, radici che nascondono ingressi e mura, la giungla circostante. Gli amanti di Hollywood sanno bene che i luoghi del tempio furono location di riprese del celebre Tomb Raider con Angelina Jolie nei panni di Lara Croft. Questa condizione di apparente trascuratezza del tempio deve essere accompagnata dall’immaginazione di un antico splendore di cui non restano tracce. Eppure vediamo ancora alcuni misteriosi rilievi. Tra tutti quello di un dinosauro. Errore di interpretazione figurativa oppure prova dell’esistenza del tempio ancor prima della civiltà e del tempio stesso?

Come tutte le meraviglie di un tempo passato, non ci resta che immaginare lo sfarzo, la bellezza e la magnificenza di questo luogo, quando era al picco del suo splendore, di cui oggi restano le pietre, alcune statue, le radici di alberi secolari dai tronchi argentati alla luce del sole restituire alla natura quello spazio che una volta fu l’opera d’arte del sito religioso più imponente mai realizzato.

Pubblicato da ExpLovers.net

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