Israele e Palestina

È incredibile quanto tempo le persone spendano nella lotta contro il diavolo. Se spendessero la stessa quantità di energia nell’amare i propri simili, il diavolo sarebbe morto di noia.
(Helen Keller)

Una ormai celebre scritta sul muro a Betlemme

Perché fare questo viaggio?

Un viaggio in Israele e Palestina non può che affascinare per la diversità che convive in questo fazzoletto di mondo, così ricco di storia, tanto segnato da tragedie umanitarie, quanto equamente intriso di sacralità per i popoli ebraico, cristiano e islamico. L’intera nazione di Israele, compresi i territori palestinesi, ci incuriosiva per diverse ragioni: dai paesaggi sconfinati e naturalistici del Sud (il deserto e i parchi), fino alle coste del Mar Rosso sulle sponde di Eilat (sempre in cerca di immersioni), alle acque pacifiche del Mar Morto (separate all’orizzonte da palmeti e monti che segnano il confine con la Giordania), alle terre sacre, bibliche e contese dalle tre grandi religioni monoteiste (perciò meta di pellegrinaggi sin da tempi antichi), alla capitale Tel Aviv, che abbiamo scoperto essere giovane, moderna e cosmopolita.

Apice della diversità culturale, religiosa ed etnica, che tanto stupisce qualsiasi visitatore, Gerusalemme è la meta immancabile di ogni itinerario in Israele, che comunque lo si costruisca, e di qualsiasi durata esso sia, finirà per essere il fulcro del viaggio. Gerusalemme è uno di quei luoghi che rimane impresso nei ricordi, un’esperienza profonda anche per chi – come noi – non è praticante. Solo respirare l’atmosfera intensa di fede e dedizione nei siti più sacri per ebrei, cristiani o islamici, e spesso tutti e tre contemporaneamente, appaga la curiosità di questa partenza improvvisata e come al solito incoraggiata da un volo low cost (Wizz Air 150 euro A/R Roma Fiumicino – Tel Aviv). Un viaggio da fare, indipendentemente dalla propria fede. Perché viaggiare è anche riflettere, comprendere e rispettare, meravigliandosi davanti alla diversità, la prova che una convivenza così unica possa trovare punti di incontro invece che di scontro. Si sente spesso, alla televisione, parlare delle vittime di attentati e conflitti a fuoco. Eppure, nei soli 7 giorni che abbiamo visitato Israele e la Palestina, abbiamo vissuto tanti momenti di inclusione. Cristiani con croci al collo e santoni in mano passeggiano tranquillamente nel quartiere musulmano adiacente al Santo Sepolcro, un arabo mi regala degli orecchini insistendo di non volere denaro in cambio di due chiacchiere e una foto, e dei ragazzi ebrei ci danno il benvenuto così per caso, mentre siamo diretti verso il quartiere ortodosso. E questo è il bello di tanti viaggi. Avere tante preoccupazioni in partenza, in gran parte causate dallo tsunami di pessimismo mediatico, e sentirle tutte sgretolarsi all’arrivo, smontate da continue dimostrazioni che oggi, in questo mondo, sappiamo anche essere umani.

“Shalom!”

Un uomo in preghiera al Muro Occidentale (Gerusalemme)

Il conflitto israelo-palestinese

È un conflitto politico e militare che vede contrapposti lo Stato di Israele ai palestinesi e agli Stati arabi circostanti. Gli albori degli scontri risalgono alla nascita del sionismo e del nazionalismo palestinese alla fine del XIX secolo, quando il territorio geografico dell’attuale Palestina era allora sotto il dominio turco-ottomano e considerato dal movimento sionista patria storica del popolo ebraico da un lato, e dal movimento nazionalista palestinese territorio arabo dall’altro. L’escalation del conflitto arrivò nel 1948, anno della proclamazione dello Stato di Israele. Da qui si susseguirono una serie di guerre arabo-israeliane: la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973. Accordi di pace sono stati firmati tra Israele ed Egitto nel 1979 e tra Israele e Giordania nel 1994, cosicché il conflitto si è tramutato nel corso degli anni, da conflitto arabo-israeliano su larga scala, a un più localizzato conflitto israelo-palestinese (altrimenti detto questione palestinese), incentrato sul mutuo riconoscimento di sovranità e indipendenza dello  Stato di Israele e dello Stato di Palestina. Quest’ultimo fu proclamato nel 1988 sui territori palestinesi occupati da Israele circa venti anni prima. Nonostante gli accordi di Oslo del 1993, che hanno portato al mutuo riconoscimento tra Israele e OLP (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina), e alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, e il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’ONU nel 2012, un accordo di pace definitivo tra Israele e Palestina non è stato ancora raggiunto. Proseguono ad intermittenza ostilità e negoziati di pace.

Una suora cristiana cattolica alle porte del quartiere arabo nella città vecchia di Gerusalemme

Le etnie del territorio israeliano e palestinese

Le popolazioni che abitano oggi questa zona, un tempo Impero Ottomano, erano da secoli a forte maggioranza araba, ma al termine del XIX secolo fu consentito l’insediamento di comunità ebraiche, in considerazione della causa sionista. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, fortemente segnata dalla tragedia dell’Olocausto, la Palestina subì una forte alterazione della sua composizione demografica, con la crescita della minoranza ebraica in seguito all’acquisto di terreni finanziato dai fondi concessi ai profughi ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista. Alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 tramite risoluzione delle Nazioni Unite, si compì un primo esodo arabo-palestinese verso i paesi limitrofi, che proseguì durante i successivi conflitti arabi-israeliani e l’indipendenza di Israele da Egitto, Siria, Libano, Transgiordania e Iraq.

The Wall (Betlemme)

Visitare oggi Israele e la Palestina

Alla domanda “è pericoloso recarsi a Israele?” risponderei “no”. Certo, è un territorio soggetto a continue tensioni e i recenti attentati a Tel Aviv e a Gerusalemme ci avevano creato non poche preoccupazioni. La prudenza e le precauzioni devono accompagnare la pianificazione di qualsiasi viaggio, specie se in terre di conflitto. Tutto vero ciò che sentiamo in tv. Tuttavia, essere nel punto sbagliato al momento sbagliato è la fatalità che regola ogni istante delle nostre vite, in viaggio o meno. Eventuali interruzioni dei flussi turistici saranno sempre, tempestivamente segnalati in Viaggiare Sicuri della Farnesina. Al momento (aprile 2023) il turismo funziona (soprattutto, come al solito, quello religioso). Lo dimostrano i pellegrinaggi e le valanghe di fedeli, spesso in gruppi organizzati e un po’ anziani, che seguono per la maggiore gli itinerari della Terra Santa con qualche sosta di relax sul Mar Morto, e pochi giovani, rari curiosi, forse perché generalmente meno praticanti (anche a detta dell’auto noleggio stupito nel vedere i dati anagrafici sulle nostre patenti). Eppure è un viaggio che due viaggiatori, atei, millennials, consiglieremmo a tutti di fare. Per chi sa emozionarsi (fidatevi, lasciando a a casa le preoccupazioni e abbandonandosi all’entusiasmo, riesce a tutti), sarà impossibile non apprezzare ogni istante di questo viaggio, indipendentemente dalla propria fede.

L’itinerario, in breve (7 giorni)

GIORNI 1 e 2 Eilat: immersione nel Mar Rosso e trekking nel deserto del Nagev

GIORNO 3 L’alba a Masada e il Mar Morto

GIORNO 4 Gerusalemme, la città santa

GIORNO 5 Betlemme, la Palestina

GIORNO 6 e 7 Tel Aviv, la capitale

Il nostro diario di viaggio

GIORNO 1 e 2 – Eilat è una località attrezzata, affollata di giovani e famiglie e gruppi di ragazzi che si concentrano nei locali del lungomare, tra gelaterie, venditori ambulanti di shawarma e pizzerie. Abbiamo alloggiato all’Exodus Hostel & Dive Centre (HaEla Street 29, Eilat, 88000), a due passi dal centro, e abbiamo effettuato un’immersione all’alba per vedere i delfini svegliarsi e nuotare attorno ad una rete di un relitto sopra il fondale di coralli nel Mar Rosso. Non è una location in cui la barriera fa da padrona rispetto ad altre in questo mare, ma nuotare insieme a questi mammiferi è sempre uno spettacolo ed è inevitabile incontrarli qui. Ci siamo immersi direttamente dalla spiaggia vicino alla cosiddetta Dolphin Reef, e abbiamo raggiunto una profondità di circa 10 – 15 metri. Quanto basta per vedere bene lo spettacolo della natura. Ad Eliat è sempre buona stagione. La temperatura del Mar Rosso andrà dai 20 ai 28 gradi a seconda del periodo dell’anno, e per le immersioni è sempre favorevole.

Più tardi, in mattinata, abbiamo iniziato i trekking nel Nagev, una delle mete più suggestive del viaggio, nella regione più estesa del paese, il Sud, abitato tutt’oggi da varie comunità beduine. Il deserto è un vero spettacolo! Si trova alla stessa latitudine del Sahara, affaccia sul Mar Mediterraneo, e ricorda i parchi nell’Arizona di un coast-to-coast negli USA, dall’altra parte del mondo. Si tratta di un paesaggio lunare che ricopre oltre la metà del territorio israeliano, in cui scoprire sentieri e anche reperti archeologici delle civiltà mesopotamiche e ancor prima preistoriche. Al Sud di Israele il caldo si fa sentire (anche nel mese di aprile) quando si può invece stare ben coperti con una camicia e pantaloni lunghi nelle città storiche e nella capitale. Quindi consigliamo di pianificare bene queste escursioni in base alla stagione. In estate il clima potrebbe essere veramente torrido nelle lunghe percorrenze in auto, e proibitivo per alcuni trekking.

Il Red Canyon è una piccola insenatura di arenaria scavata dal tempo. Il percorso comporta un sali e scendi non troppo intenso, ma sconsigliato a chi soffre di vertigini, fattibile arrampicandosi a scalini artificiali in ferro incastonati nella roccia. L’ingresso è libero e nei dintorni sono possibili moltissimi percorsi di differenti difficoltà e durata.

Alla Valle del Timna invece si paga un biglietto di accesso (50 NIS a persona), si entra in auto, e al punto di accoglienza un ranger spiega dettagliatamente il percorso davanti ad una mappa, con i vari stop da fare. Per la visita del Timna servono circa 3 ore, in auto, con soste alle varie conformazioni geologiche tutte da ammirare, e in parte da scalare, occasione per sentirsi piccoli nella natura e soffermarsi davanti a panorami sconfinati. Il paesaggio è roccioso e brullo, dal colore ocra prevalente e qualche roccia rossastra con forme decisamente insolite, generate dell’erosione.

Il primo dei tanti spettacolari stop lungo la Valle del Timna (Nagev)

Nel tardo pomeriggio iniziamo a risalire e dopo tanti chilometri percorsi in auto segnaliamo una super cena a Ein Bokek Restaurant, lo “stop dei camionisti”, economico (nonostante gli standard israeliani più alti della media italiana) e dove si mangia bene. Si trova proprio accanto a un distributore di benzina con market. Il proprietario è sorridente e ospitale, e il locale è ben arredato. I piatti di carne e kebab con contorno di verdure e assaggi (olive, humus, salse e pane pita) sono squisiti.

GIORNO 3 – L’alba a Masada e il Mar Morto

Ogni viaggio ha un’alba e quella per eccellenza è a Masada, che scaliamo insieme a scolaresche di ragazzi ebrei in preghiera; si apprestano alle celebrazioni dell’imminente 25 aprile, festa dell’indipendenza del paese: canti e litanie, la lettura della Torah, i ragazzi rinvolti in bandiere bianco e blu con la stella di David, con la Kippah ebraica sulla testa, le ragazze vestite di nero, pregano al sorgere del sole.

Il Mar Morto dal lato israeliano è ben attrezzato. Si susseguono stabilimenti balneari con tanto di hotel per ospiti alla ricerca delle vacanze del benessere, molti stranieri, ma anche famiglie, anche locali, a giudicare dalle donne in burkini, con bar, ristorante, piscina, animazione e insenature private, dotate di ombrelloni in paglia, sedie e sdraio. Le location più suggestive del Mar Morto, a parere nostro, sono quelle dove si intravede il sale accumulato creare delle piccole piscinette naturali, e dove in superficie si crea uno specchio bianco e perfetto che riflette i monti della confinante Giordania, nei pressi di Ein Bokek. Facendo il bagno si prova quella insolita sensazione di galleggiamento per l’altissima concentrazione di sale (8 volte tanto gli altri mari del mondo). Abbiamo proseguito per Ein Gedi, spiaggia meno suggestiva e più affollata, ma libera. La vista del Mar Morto prosegue alla guida, per circa un’ora, mentre si costeggiano palmeti e monti. Kalia Beach è la spiaggia più a Nord del Mar Morto, la più turistica e affollata, a pagamento e più costosa (35 NIS a persona e 18 NIS per una auto), e la fermata più triste sul Mar Morto, che meno abbiamo apprezzato perché congestionata di turismo. Il parcheggio è pieno di auto e di tanti bus in sosta per le brevi escursioni giornaliere da Tel Aviv o Gerusalemme. Una pozza dove la gente arriva appositamente per ricoprirsi del fango nero naturale, notoriamente salutare e miracoloso (nonostante i cartelli di non abusarne perché rovinano il fondale stesso – triste paradosso delle location da turismo di massa).

Il Mar Morto lungo le coste più a Sud (Ein Bokek).

Riconsegniamo l’auto a Tel Aviv (se riuscite provate a riconsegnare a Gerusalemme, ma spesso l’unica opzione selezionabile durante la prenotazione online è ritiro e riconsegna sulla capitale). Prendiamo il treno che in soli 20 minuti, e con corse ogni 30 minuti, arriva a Gerusalemme. Si possono fare i biglietti direttamente in stazione. Tra i passeggeri scorgiamo alcuni militari, altri ebrei ortodossi, preannunciare quella sensazione di essere già circondati da persone che attirano l’attenzione dei visitatori in città.

GIORNO 4 e 5 – Gerusalemme e Betlemme

A Gerusalemme alloggiamo a The Maz, moderno e senza reception (ma con codice da digitare per aprire la porta blindata d’ingresso e la camera), a pochi minuti a piedi dalle mura e dai quartieri della città vecchia, e anche adiacente alla via moderna, giovanile e viva, dal tardo pomeriggio a notte fonda, nei bar frequentati dall’aperitivo in poi. Visitare Gerusalemme è difficile, non tanto per raggiungere i luoghi di maggiore interesse, ma tanto per comprenderla affondo e capire davvero quanto complessa sia la convivenza delle tre grandi religioni monoteiste del mondo (speriamo sempre in pace) in questa città, contesa e amata, allo stesso modo, da ebrei, cristiani e islamici. Dal lato geopolitico, rivendicata dallo Stato di Israele come antica capitale della nazione, oggi Gerusalemme è sotto il controllo militare israeliano, a differenza dei vicini territori palestinesi. Per un’introduzione alla storia della città consigliamo di prendere parte ad un Free Tour. Ce ne sono almeno 2 al giorno e organizzati da varie associazioni. Abbiamo prenotato online tramite Walkative! e ci siamo trovati molto bene.

https://freewalkingtour.com/it/gerusalemme/: Israele e Palestina

Poi, siamo tornati nei luoghi che più ci avevano incuriosito, passeggiando tra i quartieri armeno, arabo, cristiano ed ebraico. Gli armeni sono stati i primi ad adottare il cristianesimo. Gli arabi sono la vivacità di un bazar e gli odori delle spezie. I cristiani indossano abiti scuri, ornati di croci. Gli ebrei indossano la kippah, gli uomini anziani hanno la barba lunga e candida, e i bambini portano i peot ai capelli. Gli ortodossi indossano invece sempre un abito e hanno sempre un cappello nero in testa. Eppure tutte queste persone, così diverse nella loro apparenza e nella loro fede, si incontrano per strada e convergono nei luoghi più santi di questa città ebrea, ma anche araba, ma anche cristiana, quindi di nessuno, e allo stesso tempo di tutti.

Yom Haatzmaut 

Questo è il nome in ebraico della festa dell’Indipendenza, memoria nazionale di quando Ben Gurion proclamò lo Stato di Israele nel 1948, che per combinazione, e secondo il calendario gregoriano, nel 2023 cadeva dal tramonto del 25 Aprile al tramonto del 26 Aprile, assieme alla data italiana della nostra cara Liberazione. L’atmosfera di festa invade il paese già alcuni giorni prima, quando durante il nostro tragitto in auto dal Sud di Eilat viaggiavamo verso la capitale e vedevamo ai lati della strada, anche nel bel mezzo del deserto, persone sventolare grandi bandiere con la stella a sei punte. L’apice delle celebrazioni lo viviamo a Gerusalemme, mentre la città vecchia dorme e anche i ristoranti chiudono, e nella parte più moderna fuori dalle mura si sveglia al tramonto la via di cafè e boutique di marche internazionali e viene invasa da una fiumana di persone. Tutti in strada a festeggiare. Tanti sventolano la bandiera. Altrettanti la indossano. Ci sono spettacoli gratuiti in ogni piazza, dj set e concerti. Un gruppo rap all’Independence Park.

Bandiere israeliane sventolano in occasione della festa dell’Indipendenza

Il Muro del Pianto

È il luogo più emblematico di Gerusalemme. Oggi il Muro del Pianto è anche simbolo e memoria storica di un popolo disperso nel mondo. Da 2000 anni gli ebrei arrivano qui in pellegrinaggio, per pregare e piangere sulle sue pietre il loro duplice lutto (la distruzione del tempio e la diaspora).

La prima volta al Muro Occidentale ci arriviamo dall’alto, dal punto panoramico a cui si sale dal quartiere arabo, dopo essersi persi varie volte nelle viuzze, fino ad una terrazza che affaccia dritta sulla cupola della moschea Al-Aqsa (nella parte araba di Gerusalemme, ovvero Gerusalemme Est), e offre una perfetta vista sui fedeli con kippah e cappelli neri, tutti assolti in preghiera. Solo la sezione degli uomini è visibile. A distanza si vedono piccole le sagome di persone, avvicinarsi al muro, toccarlo con una mano, oppure con gli avanbracci su cui poggiare la testa, qualcuno mettere dei bigliettini nelle fessure tra una pietra e l’altra.

La seconda volta lo visitiamo da vicino, il 26 aprile, la mattina in cui si è celebrata l’Indipendenza israeliana. Nella sezione degli uomini oggi la gente veste di bianco (eccetto gli haredi ortodossi, nel solito abito). Alcuni sono riuniti attorno a chi legge versi della Torah. Altri pregano in coro, intonando litanie cerimoniali. Altri in solitaria, in silenzio. Molte donne piangono. Quanto è stato toccante stare lì in mezzo, avvicinarsi al muro, non ricordarsi nemmeno come o cosa pregare, eppure nel silenzio dei pensieri ascoltare tanto, tutt’intorno. Sono lacrime di dolore, pentimento e commemorazione, tra preghiere sussurrate. Osservo il rito di toccarsi ripetutamente i capelli e il volto, andare avanti e indietro con il busto, alcune con il libro sacro in mano, pregano.

La Cupola della Roccia e il Muro Occidentale dal punto più alto di Gerusalemme.

Il Monte del Tempio è l’emblema di una convivenza forzata.

Questo luogo è sacro ai cristiani perché qui si svolsero episodi della vita pubblica di Gesù.

È anche sacro ai musulmani perché qui Abramo sacrificò suo figlio e Maometto ascese al cielo.

Ed è anche sacro agli ebrei perché secondo la tradizione biblica è il luogo in cui Dio raccolse la terra con cui plasmò Adamo, e sempre secondo la Bibbia Davide vi eresse un altare sul quale poi Salomone fece costruire il Primo Tempio ebraico.

Il luogo prende il nome dal tempio ebraico di Gerusalemme dedicato al Dio Yahweh, costruito, secondo quanto descritto nella Bibbia, dal re d’Israele Salomone nel X secolo a.C., poi distrutto e ricostruito dagli ebrei, e ampliato dal re di Israele Erode il Grande e dai suoi successori, infine distrutto dai Romani. Con la Prima Crociata il luogo fu nuovamente occupato dai cristiani e nella moschea al-Aqsa, costruita sul sito della basilica bizantina, stabilirono la loro sede i Cavalieri Templari, cosiddetti proprio per risiedere sul sito dell’antico tempio. Con la conquista musulmana di Gerusalemme e dopo la proclamazione dello Stato di Israele e la guerra che ne seguì il Monte del Tempio rimase nella parte araba. Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967 subentrò il controllo israeliano e oggi lo status quo è garantito da un accordo tra lo stato ebraico e la Giordania, alla quale compete la gestione della Spianata delle Moschee. Architettonicamente è il punto più suggestivo di Gerusalemme. La cupola in oro e i mosaici blu in puro stile arabesco sono visibili da ogni angolazione sopraelevata in città.

L’entrata è gratuita. Orari di accesso durante i mesi estivi: da domenica a giovedì, dalle 7:30 alle 11:00 e dalle 13:30 alle 14:30; durante i mesi invernali: dalle 7:30 alle 10:30 e dalle 12:30 alle 13:30. L’ingresso per i visitatori non musulmani è consentito solo attraverso il ponte di legno situato accanto al Muro del Pianto. Si consiglia di recarsi presto al mattino, altrimenti si rischia una lunga coda. Si raccomanda un abbigliamento modesto (pantaloni lunghi, spalle coperte per le donne).

La Basilica del Santo Sepolcro è il luogo più venerato dai cristiani di tutto il mondo, poiché sorge sul luogo della crocifissione, sepoltura e resurrezione di Cristo. La Via Dolorosa corrisponde al percorso della Passione di Cristo.

Cristiani ortodossi nella Basilica del Santo Sepolcro

Il Monte degli Ulivi è raggiungibile in taxi in soli 10 minuti dal centro (almeno all’andata, per evitare la salita), permette una spettacolare panoramica della città. Si possono visitare chiese e basiliche cristiane. La Chiesa del Pater Noster fu voluta da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, il quale rese il Cristianesimo religione del Sacro Romano Impero. A lei, cristiana, viaggiatrice e archeologa, dobbiamo l’identificazione dei luoghi della Terra Santa. I locali del santuario sono adornati dalle traduzioni del Padre Nostro in 117 lingue. Si scende attraversando il cimitero ebraico, luogo di sepoltura sin dal III secolo, una immensa distesa di bare bianche che sembra non avere fine. Si arriva al giardino Getsemani, dove secondo i Vangeli Gesù si ritirò prima della Passione.

Vista su Gerusalemme dal Monte degli Ulivi

Il quartiere ultraortodosso Mea Shearim

A circa mezz’ora a piedi dalla città vecchia, questo è stato il luogo più surreale di questo viaggio. Nessuno sorride, piuttosto raccogliamo espressioni contrariate, di chi ci guarda male e scuote la testa. Siamo palesemente turisti nel quartiere più conservatore di Gerusalemme. Eppure camminiamo a distanza di 10 metri l’uno dall’altra e non parliamo, immersi nel silenzio delle vie. Ad ogni angolo camminano, soli, soprattutto uomini, con i loro cappelli neri, le loro barbe lunghe, boccoli peot, occhiali dalla montatura trasparente, e la Torah in mano. Sembrano indifferenti e poco allegri anche i bambini. Solo in una stanza con la porta aperta si ragiona animatamente (probabilmente sulla Torah). È un quartiere sudicio, degradato. Si dice gli uomini si dedichino al solo studio delle sacre scritture e vivano di rendita. Lavorano le donne. Queste indossano abiti modesti che sembrano provenire da un’altra epoca. Un giovane ebreo urla per strada. Forse perché chiama qualcuno e non ha il cellulare. Forse è matto. Nessuno è al cellulare. Nessuno parla. Questo luogo intimidisce. Da vedere.

Notizie in lingua ebraica nel quartiere ultraortodosso

Betlemme

Altro luogo sacro ai cristiani per la Basilica della Natività, soprattutto. Davanti a questa, si erge una moschea. Il Muro separa Israele dalla Palestina. E oltre alla sua valenza religiosa cattolica, l’atmosfera araba, il conflitto geopolitico in corso, non manca la denuncia sociale in versione street art firmata Bansky. Da vedere le opere sul Muro, la Colomba della Pace sulla strada, e il Lanciatore di fiori dietro a un carrozziere con autolavaggio.

Per raggiungere Betlemme da Gerusalemme il bus 231 dalla porta di Damasco è la soluzione più economica (solo 7 NIS a persona) e veloce (circa 30 minuti, variabile in base al traffico) con partenza ogni ora (eccezionalmente funzionante anche in shabbat). Si può fare il biglietto a bordo pagando in cash. All’andata l’unico controllo che abbiamo avuto è stato quello del biglietto. Al rientro, i soldati armati dell’esercito israeliano hanno bloccato il bus e controllato ciascun passeggero, chiedendoci i documenti. A controllo fatto, il bus è potuto ripartire per rientrare a Gerusalemme.

La Colomba della Pace di Bansky

GIORNO 6 e 7 – La capitale Tel Aviv

È una città che ci ha davvero sorpresi. Considerati i recenti attentati a poche settimane dalla partenza, arriviamo con timore. Poi la preoccupazione maggiore che mi assale il secondo giorno in città diventano i sensi di colpa per non fare ginnastica. A Tel Aviv una solida certezza: sono tutti super-fit. Centinaia di persone sul lungomare partecipano a lezioni di gruppo di zumba, pilates o yoga, usano le attrezzature da palestra allestite a pochi metri dalla spiaggia, nuovissime, oppure corrono lungo la ciclabile, percorribile anche da monopattini elettrici noleggiabili tramite app. Ci vuole almeno un’oretta per una corsa mattutina sulla spiaggia (dalle 7:00 alle 8:00, perché alle 9:00 nelle belle giornate di sole in aprile facevano già 30 gradi) e respirare appieno il mood di una delle capitali più in forma e piacevoli che abbia mai visitato. I grattacieli sono ben distanti dalla spiaggia. L’architettura tedesca per eccellenza (Bauhaus) di hotel, strutture e negozi, a mio gusto bruttina, lascia ampio spazio a parchi verdi, palme, strade pedonali e stabilimenti balneari ben distanti l’uno dall’altro, motivo che ha valso a Tel Aviv il posizionamento nella top ten delle spiagge più vivibili al mondo, secondo National Geographic. Qui si alternano il surf e wind surf nelle giornate ventose, al paddle in quelle più serene. Ci sono aree per i cani, molti sportivi e tantissimi giovani che rendono l’atmosfera spensierata anche nei locali, bar e ristoranti in centro.

Un giorno può bastare per chi viaggia di fretta, e due sono il giusto compromesso per visitare la capitale in tutta calma e rilassarsi un po’. Da non perdere a Tel Aviv sono l’antica città di Jaffa e il porto, la zona storica e caratteristica. Al Mercato delle pulci si trova di tutto. Dalle cianfrusaglie più insolite, ai vestiti di seconda mano. Tutto si interrompe per la preghiera mattutina. Invece dalla parte opposta rispetto a Jaffa, l’Old Port, cosiddetto per essere stato uno dei porti più antichi al mondo, è al contrario una zona ultra moderna con locali e opere di artisti di strada sui muri, una piscina a corsie a pochi passi dal mare. Il Quartiere Neve Tzedek è piacevole e all’avanguardia, per le gallerie d’arte che si alternano ai cafè. Al Carmel Market c’è sempre un gran via via all’ora di pranzo e nel pomeriggio.

Architettura Bauhaus

I nostri consigli in città

Hotel Spa & Boutique a Frishman Beach con camera piccole e in stile minimal-industrial, ma con uno staff piacevole che vi coccolerà continuamente con espresso e champagne illimitati, una piccola idromassaggio sul tetto al quinto piano, vista mare e grattacieli, e prezzi accessibili rispetto agli standard di questa città (tra le più care d’Europa).

Lala Restaurant, per una cena romantica in spiaggia.

Un drink al bar The Imperial, uno dei locali più intimi ed esclusivi in città (non economico, ma ne vale la pena).

Pranzo ad Abu Hassan, secondo Trip Advisor il miglior humus di Israele. Ormai catena di ristorazione locale, facile da trovare con Maps. Però non rinunciate agli humus e falafel che incontrerete per caso. Sono ancora più buoni. Soprattutto quelli con i nomi in ebraico che non so scrivervi. Ed è l’unico modo per mangiare tipico, ed economico. Si può essere sazi anche con il piatto piccolo di humus al prezzo di 15 NIS (parola di una mangiona), e tutti quei ceci si buttano giù bene solo con limonata fresca.

Il lungomare

Altre mete in Israele, Palestina e dintorni

In questo articolo abbiamo descritto le tappe del nostro viaggio, 7 giorni in Israele e Palestina, ma c’è davvero tantissimo da vedere. E potrete selezionarlo in base agli interessi e al tempo a disposizione. Dal nostro itinerario abbiamo escluso, ad esempio, tutta la parte del Nord, di grande importanza religiosa: la città di Nazareth, oppure Haifa e il lago Tiberiade, anche raggiungibili dalla capitale Tel Aviv con tour organizzati, oppure inseribili in un itinerario in autonomia con auto a nolo. Oppure un’esperienza più approfondita nei territori palestinesi, fermandosi nelle città di Jericho, Ramallah, Nablus o Hebron, per citarne alcune, dove attualmente la quotidianità è segnata dall’escalation del conflitto israelo-palestinese: arabi ed ebrei vivono divisi da muri e check point, con continui controlli militari perché agli uni è vietato andare nei territori degli altri, e spari ed episodi sporadici di violenza e le sirene delle ambulanze sono la regola.

Oppure, spesso si leggono itinerari combinati con la Giordania, ad esempio nei territori della Terra Santa, più il Wadi Rum e Petra. Passare il confine è immediato, considerata la vicinanza geografica, nonostante le divergenze politiche e culturali tra le due nazioni. In Giordania vi aspetta un paesaggio e meraviglie ancora differenti da quelle di Israele e Palestina. Motivo per cui abbiamo preferito separare i viaggi, affrontati in momenti diversi, e dedicare a entrambi almeno una settimana ciascuno. Se volete leggere sulla Giordania, potete trovare qui l’articolo.

Giordania on the road

Informazioni pratiche per un viaggio in Israele e Palestina

Visto. Non necessario. All’arrivo verrà rilasciato un tagliando da conservare per tutto il viaggio e al rientro. Meglio non dichiarare che si è stati in Palestina. Per l’imbarco al volo di rientro si è inevitabilmente sottoposti a un interrogatorio molto dettagliato sul motivo della visita. Qualsiasi timbro sul passaporto relativo ad un paese arabo sarà oggetto di domanda con richiesta di motivazione e se si conosce delle persone residenti in quei paesi.

Valuta. Shekel (NIS, nuovo siclo israeliano). Israele non è economica; mangiare fuori è particolarmente costoso (prepararsi ai piatti umili di humus e falafel e pite di verdure o shawarma. E con questi pochi piatti ho già elencato le principali prelibatezze della cucina israeliana e palestinese. Cambio valuta: 1 NIS = 0,25 EURO circa.

SIM card. In aeroporto o in qualsiasi centro commerciale di Tel Aviv, a marchio Phelephone. La Cisgiordania è considerata altro paese, quindi non funzionerà qui per le chiamate, ma sarà comunque valida per il Wi-Fi.

Spostamenti. I mezzi pubblici funzionano bene per gli spostamenti in città (bus e treni o treni sopraelevati). Il biglietto può essere fatto direttamente dal conducente, pagando in contanti, oppure si può fare la carta ricaricabile alle macchinette automatiche al costo di 5 NIS. Attenzione perché durante la shabbat (il riposo ebraico che inizia al tramonto del venerdì e termina al tramonto del sabato) i mezzi pubblici non viaggiano. Il nolo auto è utile solo per gli spostamenti fuori dalla capitale Tel Aviv (in cui sarebbe rischioso e inutile viaggiare in strade molto strette o parcheggiare) e da Gerusalemme (perché si gira bene a piedi). Per i taxi l’applicazione utile è GETT (funziona esattamente come Uber, che in Israele non ha auto). Gli orari dei treni possono essere consultati su Rail.co.il. Nel territorio israeliano funzionano anche gli sheruts, dei minivan o taxi condivisi che partono a riempimento. Per gli spostamenti in auto, tenere presente che le auto con targa israeliana (di colore giallo) possono entrare in Palestina, ma le auto con targa palestinese (di colore bianco) non possono andare in Israele.

In conclusione, in questo bel miscuglio di popoli e religioni, in una terra anticamente sacra e di contrasti moderni, nel timore dei conflitti, e nella serenità del benessere, viaggiate! Altrimenti “è ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”.

Pubblicato da ExpLovers.net

Blog di viaggi per appassionati e curiosi, amanti dell'avventura e dell'esplorazione, verso lingue e culture lontane, in cerca di certezze e novità.

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