Mauritania

Di quell’avventura nel deserto.

GEOGRAFIA E INFORMAZIONI GENERALI

La Mauritania si trova a Sud del Sahara Occidentale, sotto al Marocco. Confina a Nord-Est con l’Algeria e ad Est e Sud-Est con il Mali. A Ovest le sue coste sono bagnate dalle acque dell’Oceano Atlantico. A Sud confina con il Senegal.

Il clima è caldo desertico. Solo in prossimità della costa il caldo è temperato dalle brezze marine. Il vento del deserto, quando soffia, può innalzare le temperature fino ai 38 gradi, e può scatenare tempeste di sabbia in tutto il paese, e in ogni periodo dell’anno.

La capitale è Nouakchott, vicina all’Oceano.

La popolazione della Mauritania è di soli 4,5 milioni, circa, di abitanti, su tutto il territorio.

Il fuso orario è -2 h rispetto all’Italia.

La valuta è l’Ouguiya (40 = 1 euro).

Il visto costa 55 euro e lo si fa all’arrivo, in aeroporto, dopo aver compilato la carta d’ingresso. All’uscita dal paese, sarà altrettanto necessario compilare la carta di partenza, indicando l’hotel di pernottamento.

La SIM locale può essere acquistata in aeroporto, ma è pressoché inutile, in quanto saranno davvero poche le occasioni di prendere la rete nei villaggi remoti e nel deserto.

Affidarsi a un team in loco e riuscire ad esplorare parte del territorio on the road, con driver e cuochi, è consigliatissimo per poter vedere molti scorci paesaggistici spettacolari di deserto, considerando che nella vastità del paese sono solo tre le strade asfaltate, e che la bellezza si incontra soprattutto nel bel mezzo delle strade non tracciate, tra dune di sabbia, pietre rocciose, oasi di pace, e tempeste di vento, sostando tra un campo nomade e l’altro, dormendo in tenda, o ospiti di famiglie locali, sempre sotto il cielo stellato.

Il racconto del viaggio: dalla capitale, al mare, al deserto, ai villaggi, e alcune oasi.

NOUAKCHOTT

Sbrigate le pratiche di arrivo, incontriamo la nostra guida locale, i driver e i cuochi. Poco distante dall’aeroporto, sulla spiaggia, fermiamo a un camp, ci sdraiamo su materassini allestiti sotto alcune tende, e riposiamo alcune ore dentro ai sacco a pelo. La prima notte lontano dalle comodità a cui siamo abituati. Il giorno seguente la prima tappa è il parco nazionale Banc d’Arguin, patrimonio UNESCO per la biodiversità della fauna, casa di molte specie di uccelli migratori. Ci spostiamo in jeep verso Cap Tafarit, per il pernottamento in un campo tendato.

TRAIN DU DESERT

Nouadhibou è il punto di partenza per un’avventura indimenticabile. In città ci fermiamo per un tè da una famiglia del posto. Nella via principale possiamo acquistare un turbante, alcuni souvenir, acqua e cibo (pane, tonno in scatola, verdure, snack e biscotti). Attendiamo 5 ore (l’attesa è stimata dalle 3 alle 8 ore), l’arrivo del famosissimo treno del ferro, il più lungo treno merci d’Africa. Il nostro team in loco sa indicarci l’orario, mai preannunciato alla Gare des Voyageurs, grazie al passaparola. Così si radunano tutti gli aspiranti passeggeri. La gente arriva piano piano. Chi da solo, chi accompagnato da un’auto vecchia e stracarica. Chi porta merci di fortuna. Al massimo una valigia, o un sacco. La maggior parte non ha nulla, se non un turbante per proteggersi dalla sabbia. Alcuni hanno una scatola di cartone, da riempire con della sabbia, da usare per gli escrementi. Assistiamo al passaggio del treno merci pieno. È di buon auspicio per il treno vuoto, che in senso opposto arriverà. Le persone iniziano a radunarsi vicino alle rotaie finché non c’è una folla in paziente attesa. La locomotiva in lontananza fa tremare le rotaie. Si sente un frastuono e si vede la sagoma serpentina degli oltre 200 carri, offuscata dalla sabbia. Il treno, gestito dalla società mineraria SNIM per il trasporto di polvere di ferro tra la miniera di Zouerat e il porto di Nouadhibou, percorre 420 km di deserto in 12 ore. Il tragitto lo si affronta in un cassone su cui saltare in fretta, tra la polvere di ferro, senza alcun accesso ai servizi igienici, sotto uno dei cieli più puri, limpidi e stellati d’Africa. Ceniamo con un panino al tonno e pomodoro. Dopo alcune ore sembra quasi di essere abituati al frastuono del passaggio sui binari, alla polvere che ricopre i nostri vestiti. Ci sdraiamo per riposare. Per guardare le stelle. Per passare le ore, noncuranti del rumore e delle condizioni precarie di igiene e comfort: tante persone si spostano così, qualcuno anche sui vagoni pieni – vediamo le sagome incrociando il treno nella direzione opposta – e per molti il treno è una ricchezza da queste parti. L’indomani, la nostra meta è la terza fermata del treno del ferro, il villaggio di Choum.

CHOUM E ATAR

Arriviamo al villaggio in notte fonda. Possiamo dormire alcune ore ospiti di una famiglia locale, stendendo i materassini nell’atrio di una casa. Un gallo canta tutta la notte rendendoci il riposo difficile. Alle prime luci dell’alba il villaggio si sveglia, e passeggiando incontriamo, per caso, i bambini che chiedono regali e caramelle. Abbiamo l’occasione di farci una doccia. Ogni momento per poter usufruire di acqua e curare l’igiene personale è prezioso, e deve essere sfruttato. Più tardi visitiamo la scuola elementare, portando in dono ai bambini e ragazzi alcune penne e colori dall’Italia e alcuini flauti. La prima e la seconda classe non erano mai state così allegramente rumorose.

Dopo pranzo ci spostiamo verso Atar, una piccola cittadina con un mercato caratteristico e vivo. I ciuchi sono frequenti nella via principale. Nei vicoli c’è un negozio di maschere africane dove acquistare souvenir provenienti da ogni stato del continente. C’è chi vende baguette, chi uova, chi pollame, chi spezie, chi frutta secca, chi stoffe e chi invoca alle compere. La notte la passiamo sulle dune, lontani dalle luci della città e di nuovo sotto le stelle. La Via Lattea è il solito spettacolo notturno prima che il cielo venga illuminato dalla luna.

EL BEYED E RICHAT

Affrontiamo un lungo tragitto in 4×4 di almeno 12 ore attraverso panorami spettacolari, tutt’altro che monotoni: pietre, sabbia, cumuli, tende dei nomadi lasciate disabitate dove fermarsi a cucinare il pranzo, ancora sabbia sconfinata e colori dei cespugli e dei fiori nel bel mezzo del deserto. Dopo ore di auto, siamo al centro della misteriosa struttura geologica circolare, dal diametro di 40 metri: Richat, altrimenti detta l’occhio del Sahara. Siamo puntini di un panorama sconfinato e al centro di una formazione perfetta, di cui percepiamo tanta perfezione solo esaminandola dalla prospettiva delle foto al satellite.

Facciamo sosta, prima del tramonto, a El Beyed, per visitare il Museo del Deserto. All’apparenza sembra una piccolissima capanna. In fondo è una piacevolissima scoperta culturale e umana. Il custode che ci accoglie è l’anziano capo-villaggio del campo nomade adiacente. Da ragazzo fu aiutante di un celebre esploratore francese, Theodore Monod. Interessantissima la sua storia, strettamente connessa a quella del museo. Il ragazzino parlava francese. Allora venne arruolato per un po’ di soldi ad aiutare l’esploratore e il suo team a cercare e a riportare alla luce oggetti di ogni tipo rinvenuti nelle sabbie e riesumati dal tempo. Molti di questi si rivelarono antichissimi, risalenti alla preistoria. A ognuno venne dato una spiegazione: simboli di potere del capo villaggio, utensili da cucina, per la caccia, pietre preziose. Il ragazzo trovò persino le corna di animali ormai estinti. E le ossa di animali ormai migrati in altri stati d’Africa. Monod, una volta in partenza dal paese, decise di lasciare tutto al ragazzo, che promise di farne un museo e averne sempre cura, per tutta la vita. In francese, il ragazzo che oggi è un vecchio, ci racconta questa storia. Al termine della visita le donne e i bambini nomadi hanno allestito un mercatino di pietre, collanine e statuette. Alla sera, le nostre tende vengono piantate sulle dune, accanto alle tende berbere. A cena i cuochi hanno arrostito la carne di capretto. Dopo beviamo del tè, come al solito preparato nella maniera tradizionale, con molto tempo, e tanto zucchero, travasando continuamente la bevanda da un bicchierino all’altro, e danziamo con i nomadi al ritmo dei tamburi e di litanie intonate dalle donne.

OUADANE E CHINGUETTI

Visitiamo il centro storico di Ouadane, immaginando gli antichi splendori di una fortezza ormai in decadenza, in una città che sembra fantasma, e proseguiamo per Chinquetti, settima città santa dell’Islam, anticamente ksar e importante centro lungo le vie carovaniere del Sahara tra Marrakech e Timbouctou, famosa per le sue biblioteche che ancora oggi conservano tra i più antichi manoscritti della cultura islamica. Visitiamo due biblioteche in città. Queste sono private, aperte alle visite dei turisti in cambio di una mancia e grazie alla gentilezza dei proprietari. Pernottiamo in un hotel. Per la prima volta in questo viaggio apprezziamo il lusso di dormire in un letto.

LE OASI E LE DUNE

Nel viaggio in jeep intravediamo, dall’alto di punti panoramici, vari palmeti. L’oasi di Terjitt è una piacevole sosta per un bagno in vasche naturali, finché non percepiamo la minaccia delle sanguisughe.

Ancora ore in jeep a gomme (necessariamente) sgonfie sulla sabbia, e un breve, bellissimo tratto di Parigi-Dakar, per raggiungere le dune dorate di Azoueiga, salire a piedi al tramonto fino alla cima di una parete ripida, e poi ammirarle al risveglio dalle nostre tende all’alba.

NOUAKCHOTT

Abbandoniamo le piste naturali nel deserto e torniamo al trambusto della città, sulle strade asfaltate. Qui il mercato del pesce di Nouakchott è uno dei più caratteristici e colorati d’Africa. Le barche in legno, grandi e affusolate, decorate minuziosamente con disegni accesi e allegri, sono appena rientrate sulla spiaggia. Ci sono migliaia di persone, tutte indaffarate in varie attività. Chi prega, chi taglia il pesce, chi ritira le reti e chi le districa, chi cerca cosa comprare e chi cerca di vendere il pescato. Spettacolo quotidiano di una tradizione locale. Con una cena in un ristorante in città salutiamo il team prima di rientrare in aeroporto e concludere questa avventura.

LA MIA ESPERIENZA E UNA RIFLESSIONE

Di questo viaggio ricordo i sorrisi della gente, e le risate fragorose dei bambini, curiosi nel vedere i pochi, rari visitatori bianchi capitati nei loro villaggi, la gioia degli alunni a scuola, e le corse della gente affrettandosi a saliare sui vagoni del treno del deserto, per noi un’esperienza, per la gente del posto unica possibilità per spostarsi, per andare a lavoro e guadagnare il pane per la famiglia, la pipì di una scatola di cartone riempita di sabbia che fuoriesce, e il profondo disagio di quel tragitto a passo d’uomo nel rumore fragoroso delle rotaie, sempre sporchi di terra e ferro. Il piacere di farsi una doccia, almeno due volte in 10 giorni. lo stupore di fronte a paesaggi sconfinati di dune e qualche oasi. Le mille sfumature dal giallo all’arancio dei colori del panorama dalle prime luci dell’alba a quelle del tramonto. I cieli stellati: l’ora della Via Lattea e poi quella della luna, tutte le sere. Le notti in tenda e il mal di schiena al risveglio, per un materassino al posto di un materasso. Qualche profumo di tè e menta, e tanti odori nauseabondi di città. La totale assenza dei WC. E l’esperienza di un’infezione intestinale al ritorno a casa, risolta senza complicanze dopo un mese intero di dissenteria depurativa, ben oltre la banale diarrea del viaggiatore a cui ero abituata finora, probabilmente dovuta a cibo o acqua contaminata che ho bevuto inconsapevolmente. C’è del bello e c’è del fatiscente in un viaggio del genere. E forse il senso di questo viaggio è proprio ripensare al valore della ricchezza, alla fortuna di avere un letto comodo in cui dormire ogni notte, e alla banalità di potersi fare una doccia ogni qual volta se ne ha voglia. In sostanza all’importanza che diamo alle cose; non la meritano di certo i beni materiali.

Pubblicato da ExpLovers.net

Blog di viaggi per appassionati e curiosi, amanti dell'avventura e dell'esplorazione, verso lingue e culture lontane, in cerca di certezze e novità.

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