Dune, safari, camping e grigliate
Il racconto di un viaggio di gruppo in 4×4.
Windhoek è una città abbastanza deserta di domenica pomeriggio: i negozi chiudono alle 15:00 e si incontrano solo i matti che ci urlano contro. Eppure Joe’s Beerhouse è un posto conviviale, ma sicuro, pieno di visitatori, e anche di namibiani. Ci dispiace per i vegani, ma i piatti di carne sono da provare assolutamente! Dopo quella sera sappiamo che sapore abbia la carne di zebra, quella di orice (l’animale simbolo della nazione) e quanto sia tenera quella di springbok. La città è pericolosa la sera, quindi dopo cena rientriamo subito. Dormiamo in un camping, vicino al centro, di alto livello. Con le docce, un ristorante dall’atmosfera soffusa e tende con tutti i comfort.

Ritiriamo le jeep 4×4, due Toyota Hilux dalle gomme maggiorate, attrezzate con 2 ruote di scorta, ciascuna equipaggiata con frigo, tende, lenzuola, cuscini e coperte, una pala e un’ascia. La pala sì, ci è servita quando siamo rimasti bloccati dalla sabbia a Sesriem, e l’ascia pure, per tagliare la legna utile ai grigliatori. Ci fermiamo ad un supermercato a comprare ciò che ci piace per le cene e i pranzi, in pieno spirito da campeggiatori esperti, o per lo meno che si fingono tali. Al menù aggiungiamo la birra locale e le pannocchie come contorno. Iniziamo quindi l’on the road fino allo Spreetshoogte Pass e proseguiamo fino alle porte del deserto del Namib. Da questa sera le nostre tende sono sul tettuccio delle jeep. E menomale, perché le iene (o almeno così narra la leggenda che ci siamo immaginati) ci masticano una scarpa, con tanto di suola, tra quelle che ingenuamente, tutti, avevamo lasciato fuori, piene di sabbia, a prendere aria.

Il Namib è uno dei deserti più grandi del mondo e l’aridità si sente, anche sulla nostra pelle. Usiamo tutti il burro di cacao per le labbra screpolate. Sembriamo protagonisti di un film in cui si è rimasti senz’acqua per giorni. Usiamo tutti le torce per la testa la sera, per cucinare, mangiare e per andare al bagno, e anche per chiudere le tende alle prime luci dell’alba. Usciamo puntuali all’apertura del gate, che coincide e cambia con l’orario del sole. Il sole che sorge lo vediamo dalla Dune 45. Il paesaggio di sabbia rossa si infuoca al passare dei minuti. Ogni passo affonda, ogni sguardo va lontano; a scendere è un attimo e un urlo liberatorio. Proseguiamo verso la Deadvlei. Varchiamo l’entrata con le nostre jeep e continuiamo in autonomia, senza mai scendere sotto i 40 km/h per non rimanere piantanti nella sabbia, senza perderci d’animo quando ci rimaniamo davvero, piantati nella sabbia, ma rimediamo subito, seguendo i tracciati di altri fuoristrada, entusiasti del primo nostro, vero, tratto semi-deserto. Da esperti campeggiatori ci sentiamo pure driver saggi, ora. Arriviamo al parcheggio e dopo un breve cammino si intravedono le acacie ultra secolari, ormai morte. Uno scenario spettacolare: la depressione del pan di colore bianco circondata da una cornice di dune rossastre in un quadro perfetto disegnato dalla natura, sotto la luce cocente e l’aria torrida di mezzogiorno. Il caldo si fa troppo intenso per Big Daddy, l’enorme duna di oltre 300 metri di altezza che si erge ai piedi del pan. Pranziamo al ristorante del camp, ci rilassiamo nella piscinetta e ci godiamo il tramonto, una doccia rigenerante e l’atmosfera del camp, compresa la nostra prima grigliata serale.

L’indomani partiamo presto e facciamo una fermata al canyon di Sesriem, vigili per schivare i serpenti velenosi namibiani. Invece incontriamo solo scarabei giganti del deserto. Siamo da soli in una gola di roccia arida e possiamo giocare a fare l’eco. In auto, i paesaggi cambiano ogni 2/3 ore e la strada, anche quando il viaggio sembra essere interminabile, non è mai monotona. Avvistiamo le prime zebre. E tanti orici dalle corna lunghe e affusolate. Facciamo ancora uno stop a Solitaire, dove c’è una pompa di benzina, un forno che vende pasticceria abbastanza buona, la ferraglia di auto abbandonate, e tanti, tanti scoiattoli, decisamente poco intimoriti dai visitatori di passaggio. Ci fermiamo per alcune foto all’iconico cartello del Tropico del Capricorno, e poi alla vista del paesaggio, dall’alto del Kuiseb Pass. La nostra meta è l’Oceano Atlantico, la nostra destinazione finale è Walvisbaai. Dopo ore percorse sullo sterrato, arriva la strada asfaltata. Un’atmosfera surreale e apocalittica con il vento a 37 nodi. La sabbia fine e fitta è come una frusta sulla nostra pelle. Grandi camion carichi di merce transitano le strade della seconda città più grande e popolosa della nazione, seconda solo alla capitale. Qui lavorano oltre 100 mila persone. La grande attrazione di questo luogo, oltre Sandwich Harbour che visiteremo il giorno seguente, sono i fenicotteri, bianchi e rosa. Questi pennuti alternano la costante ricerca di cibo al riposo in equilibrio su di una zampa.

L’escursione a Sandwich Harbour parte di buon mattino dal centro turistico di Walvisbaai ed è un susseguirsi di sensazioni adrenaliniche e panorami indimenticabili: dalle dune biancastre, alle onde dell’oceano. Non è possibile entrare nel parco nazionale con le nostre auto, quindi saliamo a bordo di jeep dalle ruote molto sgonfie guidate da esperti driver, talmente confidenti che indossano infradito. Sono namibiani bianchi, che parlano afrikaans, e sanno qualche parola delle lingue click, parlate invece dalle tribù. Nel percorso troviamo conchiglie e fossili millenari a riva. I gabbiani ci fanno strada. Il cielo si apre piano piano e dalle nuvole spunta il sereno. Il vento oggi non rende l’aria infernale; si mantiene sotto i 10 nodi fino al primo pomeriggio. Per effetto delle fredde correnti queste acque ospitano foche e leoni marini, e talvolta i grandi cetacei. Vediamo un cucciolo di foca dall’andatura goffa. Nel pomeriggio torniamo in strada e raggiungiamo per il tramonto lo Spitzkoppe, uno dei luoghi più spettacolari di questo viaggio, anche all’alba. Come ogni notte, possiamo vedere bene la Via Lattea e sentirci piccoli, piccoli nell’universo.

Dopo colazione ci attende una guida locale che ci accompagna, a piedi, alle incisioni rupestri, testimonianze in era preistorica delle tribù boscimane. La natura ci sorprende con un branco di zebre: le vediamo dall’alto di una roccia, e poi da molto vicino. Siamo in un’area protetta dove gli animali non temono gli uomini. Il villaggio Himba ci accoglie invece con donnone altissime, dal seno nudo, vestite, come da tradizione, con poche pelli animali, a coprire le nudità inferiori, e calzari fatti di nerbi di vacca a indicare uno o più figli, collane fatte di conchiglie, dei momenti di festa, i cappelli raccolti nella terra rossa, con cui le donne fanno anche il bagno e si profumano. Il villaggio è composto da capanne di paglia e fango. Il fuoco sacro si trova esattamente nel centro. Gli himba non adorano un dio, ma credono negli antenati. Attorno al fuoco pregano e qui si riuniscono quando invocano la protezione degli avi, per i bambini, contro le malattie e chiedono la salute del bestiame. Il fuoco sacro è parallelo alla capanna più grande, dove abita il capo villaggio con le mogli, e il recinto di capre e mucche. Questo incontro è magico; sono abituati agli stranieri, ma ridono di noi, piccole donne bianche di bassa statura e senza il seno. In Africa, il canone di bellezza prevede che una donna sia in carne, perché se in carne è sana ed è fertile. Dall’indipendenza della nazione fu abolita la pratica, brutale, di esportazione dei quattro incisivi inferiori. Questo veniva fatto per consentire una migliore dizione nel pronunciare le lingue click. Eppure, molte donne ci mostrano fiere la bocca sdentata. Molte donne, pochissimi uomini, tanti bambini che ad occhio non arrivano ai due anni. Molti sono ancora in allattamento. Abbiamo dei doni per loro (matite colorate, blocchi di carta, magliette), in gran parte il contributo del cinese della nostra zona. E dei palloni. Improvvisiamo una partitella di calcetto; tra le più emozionanti mai giocate in viaggio. Termina su un onesto 1 a 1. Ci salutiamo ammirando i balli tipici delle donne; i piedi scalzi incalzano un gran polverone e ci divertiamo ad imitarli alla meno peggio e al ritmo dei canti fatti di urla e del battito delle mani. In ritardo, a Cape Cross, il cancello è già chiuso da un pesante lucchetto. Non ci perdiamo d’animo e proseguiamo a piedi. Dopo qualche preghierina, i custodi ci accordano il passaggio e ci mettono a disposizione un furgoncino con cassone per arrivare alla colonia protetta di otarie. Il frastuono del breve tratto nel cassone è nulla in confronto a quello generato dal verso di quest’animale: il rumore che fanno è assordante. Ce ne sono a migliaia; ovunque si guardi, si vedono otarie. Sembra notte fonda quando nel tardo pomeriggio arriviamo al camp, a Brandberg. Dopo chilometri e chilometri nel nulla, qualche oretta quasi di sconforto, finalmente le luci della civiltà. Ci meritiamo una doccia rigenerante e la tradizionale grigliata a base di un pesce sconosciuto e gamberoni giganti. Ormai siamo campeggiatori a livello pro.

La mattina dopo sembra che abbiamo un problema alla carrozzeria di una delle jeep, quindi ci fermiamo dal primo meccanico che capita di strada, notando che anche lui ha uno scheletro di testa e corna, che tiene come mascotte nell’officina, ma di kudu. Anche noi abbiamo sempre lo scheletro della testa di orice con corna, ancora nel bagagliaio della mia jeep, ormai di consueto l’ultimo carico, dopo gli zaini. Ci porta fortuna. Infatti il problema all’auto non è grave e possiamo ripartire poco dopo, ancora sullo sterrato nella regione del Damaraland, verso l’Etosha National Park. Al gate abbandoniamo però le corna di orice.

L’Etosha è uno dei migliori luoghi al mondo per i safari, che qui possiamo fare in completa autonomia, seguendo le mappe offline e cartacee, le indicazioni sulla pietra e i nomi delle pozze lungo i percorsi sterrati. Gli animali vanno a bere e la pozza può essere spesso molto affollata, sia di prede, sia di predatori; qui tutti si concedono un momento di tregua dalle leggi della natura. Non mancano le sorprese: un leone dorme sotto un albero nella calura del giorno, alzandosi solo per seguire l’ombra delle fronde. Abbiamo tutto il tempo di pazientare, osservarlo sbadigliare, andare a vedere una pozza poco distante, e tornare, per ritrovarlo nel solito posto, poco più in là. Che sia il re è solo merito delle raffigurazioni nei film Disney. In realtà fa sempre poco o nulla. All’ora del tramonto, alle pozze dei camp Okaukuejo e Halali, è ormai una ricorrenza attendere l’arrivo dei branchi di pachidermi. Prima si intravede una nube di terra in lontananza, poi si sentono alcuni barriti, si vedono più nitide le sagome dei piccoli impacciati tra le zampe delle elefantesse, e si notano le zanne dei grandi maschi. Tutti amano fare il bagno e coprirsi di terra. Non sappiamo andare via. Perché alla pozza arriva sempre qualcosa.

Chiudiamo le tende sul tettuccio per l’ultima volta e ci rimettiamo in strada verso la capitale, tornando al camping di lusso nei pressi del centro. L’indomani è lunedì e la città non è più desolata come lo era la domenica del nostro arrivo. Al mercatino è il momento di contrattare i souvenir. La giraffa in legno è ora sul caminetto nel mio soggiorno. E chissà in quale altro mercatino sono ormai finite le corna di orice che mi hanno fatto lasciare al gate dell’Etosha. Certo è che se quei chilometri insegnano che conta il percorso e non la destinazione, è anche vero che quando vivi queste cose, puoi essere grato: colazioni yogurt e granola, strade polverose, balli improvvisati, partitelle di calcetto in un villaggio himba, cieli pieni di stelle, risate che fanno bene al cuore. Se resta la nostalgia, va bene. Per fortuna possiamo consolarci con yogurt e granola.
Dedicato alle persone con cui ho condiviso ogni chilometro di questo viaggio: Alice, Paolo, Lorenzo, Elisabetta, Federica, Alessandro, Irene.
