Da Sydney alle Fiji: un viaggio di nozze on the road in van, tra canguri, koala e una gran voglia di Oceania

Era il nostro viaggio di nozze, e no non ci siamo accontentati di una settimana rilassante in un resort all-inclusive con cocktail colorati (anche se, spoiler, i cocktail ci sarebbero comunque stati). Abbiamo scelto l’Australia, quel sogno che da anni stava nel cassetto. Durante l’organizzazione del matrimonio, tra fiori e menù da scegliere, ci siamo ritagliati i nostri momenti per pianificare un viaggio cucito su misura per noi: camperisti convinti e spiriti liberi, pronti a cambiare strada per una deviazione panoramica o un tramonto fuori programma. L’entusiasmo non si è spento neanche per un secondo, nonostante i mille impegni. Anzi, l’idea di esplorare l’altra parte del mondo ci caricava come poche cose sanno fare. Il colpo di fortuna? Voli super economici con China Eastern, meno di 1000 euro andata e ritorno a persona. Quando ce ne siamo accorti, non ci abbiamo pensato due volte: clic su “acquista”, e via! Abbiamo fatto i visti di ingresso con giusto anticipo nel sito ufficiale. Una procedura che nell’autunno 2024 era gratuita per motivi turistici, e veloce – il tutto viene finalizzato in pochi giorni via mail con approval e QR code. Ovviamente, l’Australia è immensa, e non si può vedere tutto in sole tre settimane. Il nostro, come tanti, è stato un viaggio di compromessi e scelte, ma sempre all’insegna della scoperta. Abbiamo deciso di puntare sulla costa sud ed est: da Sydney a Melbourne, percorrendo la mitica Great Ocean Road, passando per l’incontaminata Kangaroo Island, poi Adelaide e il cuore rosso del paese, il Red Centre, fino a tuffarci tra i coralli nelle acque cristalline della Grande Barriera da Airlie Beach. Ecco, questo è stato il nostro viaggio: un mix di natura, strada, incontri, meraviglia e una libertà che, una volta provata, è difficile da lasciare andare.
✈️ Si parte: Italia → Sydney
In ottobre, mese di primavera australiana, finalmente si parte per l’altra parte del mondo. È il classico giorno che sembra non arrivare mai, e poi ti ritrovi sull’aereo, col collo a 90° e un mix di euforia e tachicardia da fuso orario. Il volo più lungo mai fatto finora sembra però davvero interminabile solo al ritorno; complice la solita adrenalina da partenza.
🏙️ Sydney

Atterriamo a Sydney alle 10 del mattino, un po’ stropicciati ma carichi. Appena messo piede fuori dall’aeroporto, il piano è semplice: niente piani troppo complicati e la sana voglia di improvvisazione che ha contraddistinto tanti dei nostri viaggi ben riusciti. A piedi e con i mezzi pubblici ci dirigiamo verso il nostro hotel, respirando per la prima volta l’aria frizzante dell’Australia. L’obiettivo del giorno? Camminare piano, osservare tanto, mangiare qualcosa di decente e cercare di restare svegli fino al tramonto per recuperare naturalmente il jet lag. Il nostro alloggio è un quartiere di periferia molto tranquillo tra Irish pub e ristoranti cinesi che fanno zuppe con spaghetti dal sapore autentico che avevamo potuto assaggiare prima d’ora solo in Cina. L’Australia ci sembra subito a tratti un bel melting pot di culture e popoli che mantengono facilmente la loro identità e allo stesso tempo convivono serenamente consapevoli delle loro differenze. In fondo, l’Australia, abitata originariamente dagli aborigeni, è stata una prigione inglese, divenendo a poco a poco una sorta di terra di nessuno, di promesse e libertà. La sera improvvisiamo prenotando una crociera con cena di lusso sulla baia di Sydney, che già conosciamo bene nei dintorni dell’Opera House e parchi circostanti. Qui gli aperitivi sono veramente carini: musica live tutte le sere e drink accompagnati da specialità di pesce crudo. Mentre un piatto che ho adorato è il barramundi (branzino asiatico) al forno. Niente lode invece per i cibi fritti che ricordano (tristemente) la cucina inglese.
Nei giorni seguenti continuiamo a esplorare Sydney a piedi. La città ha un’energia tutta sua: è grande ma non frenetica, moderna ma piena di angolini verdi, viva ma mai rumorosa. Camminiamo per ore, passando per l’Opera House, i Royal Botanic Gardens, e attraversando Circular Quay dove ci fermiamo ad ammirare i traghetti che vanno e vengono. C’è musica per strada, profumo di fish & chips e famiglie che fanno picnic ovunque. Ci perdiamo (volontariamente) tra le vie di The Rocks, il quartiere più antico, e finiamo la giornata al tramonto su una panchina con vista sul porto.

Controllando il meteo notiamo che le temperature possono variare di ben 10° o 15° da un giorno all’altro, in base al sole. In pratica abbiamo vissuto, nei primi tre giorni di Australia, tre stagioni differenti. Eppure nella stessa città: Sydney. Arrivati con la primavera, il giorno seguente è molto soleggiato, tanto da scegliere di trascorrere un giornata rilassante e spensierata a Bondi Beach, dove osservare i surfisti. Devo assolutamente tuffarmi nella storica piscina Bondi Icebergs Pool. L’acqua è veramente fredda. Un tuffo di testa e convinto è la cosa più stupida che abbia fatto in tutti i miei viaggi perché si gelano le meningi! E solo allora ho capito perché c’era pure qualcuno con la muta integrale alla Ian Thorpe. Un anziano che si tiene in forma e si conserva nuotando qui mi ricorda dopo poche vasche Keep the left! Effettivamente anche in acqua si ragiona come alla guida; all’inglese. Tornati verso il centro la baia di Sydney è ancora spettacolare se vista dall’alto del Sydney Harbour Bridge, da attraversare fino al Darling Harbour, per poi rientrare in traghetto. Il giorno seguente arriva l’autunno e dagli shorts e ciabatte passiamo al cappotto e cappellino, e dai crudi di mare a una zuppa calda.
✈️ Da Sydney a Melbourne: voliamo verso sud

Salutiamo Sydney con il raffreddore e prendiamo un volo nel tardo pomeriggio per Melbourne, città che tutti descrivono come “più alternativa”, “più europea”, “più creativa”. A primo impatto sembra una grande metropoli futuristica. Una di quelle città che si leggono nei romanzi di Isaac Asimov, dalle temperature artiche (difatti l’Antartide non è molto distante). Mentre la periferia è tranquilla e anche con notevoli spazi verdi. Verso le 20:00 la città è illuminata dalle luci artificiali e i ristoranti di periferia si apprestano a chiudere poche ore dopo. Con i mezzi pubblici raggiungiamo il nostro hotel, ceniamo con una pita greca di un oste che potevamo altrimenti incontrare nel centro di Atene in un viale di ristoranti italiani e greci e andiamo a dormire. Il giorno dopo ci aspetta qualcosa di nuovo: la vita da van.
🚐 Melbourne

Dopo una mattinata tranquilla passata a goderci un po’ dell’atmosfera artistica di Melbourne, nel primo pomeriggio arriva il momento tanto atteso: ritiriamo il nostro van. Non è solo un mezzo di trasporto, è la nostra casa con le ruote per i prossimi giorni. Il van è un compatto di 6 metri. Le dimensioni sono modeste ma c’è tutto il necessario. Prima di muoverci verso la famosa Great Ocean Road, una delle strade panoramiche più iconiche del mondo deviamo verso Brighton Beach per un take away di calamari fritti e una foto ricordo davanti alle iconiche cabine da bagno colorate e disegnate in fantasie originali. Proseguiamo verso Phillip Island, a circa 2 ore da Melbourne, dove è situato il famoso circuito di Formula 1. Tuttavia, senza auto in pista fa poco effetto. Lo spettacolo di quest’isola sono però i pinguini. I pinguini minori blu, una specie di piccole dimensioni che ricordano quelli del cartone Madagascar emergono dal mare ogni sera, verso il tramonto, per nidificare sulla terra e incontrare le proprie famiglie, essendo il pinguino un animale noto per la monogamia e gli affetti. Questo rituale della natura ha creato una vera attrazione turistica, a cui assistere solo su prenotazione (si acquista il biglietto sul sito per ottenere un posto in tribuna vista mare) e lo spettacolo, che accoglie ogni sera centinaia di visitatori, è sensibilmente costruito attorno ad un centro di ricerca, finanziato proprio dalle visite. L’arrivo dei primi pinguini e poi di piccoli branchi vale la tutto il freddo sofferto nell’attesa. Ceniamo in un bar dove la musica live suona grandi classici della musica britannica e americana. Pernottiamo nel van, in free camping, a Phillip Island per ripartire l’indomani. Rientriamo su Melbourne e poi via, verso la panoramica Great Ocean Road. Ricordiamo con piacere il brunch a Port Fairy, un pittoresco villaggio di pescatori in cui abbiamo sostato per pancakes e pane al salmone con un buon caffè ricaricando le batterie. La vista sul faro ricorre in vari stop ed è pura pace. Il viaggio è appena iniziato e già ci sembra di stare dentro un documentario del National Geographic. La sensazione di libertà è totale: strada davanti, oceano a sinistra, colline a destra…e nessun itinerario troppo rigido. Solo noi, il van, e una playlist che ci accompagnerà per chilometri e chilometri.
🌊 In van sulla Great Ocean Road

La Great Ocean Road è un’esperienza che va oltre le aspettative. Ogni curva regala un panorama diverso: alte scogliere che si tuffano nell’oceano, spiagge selvagge dove rotolano le onde, e radure di eucalipti dove si scorgono koala sonnecchianti tra i rami. Sì perché di giorno dormono. Mentre la notte, essendo animali notturni, emettono rumori strani, simili ai maiali. Attenzione ai canguri, soprattutto di notte. La curiosità iniziale e le emozioni dei primi avvistamenti si trasformano presto in premura dopo pochi giorni quando ormai è routine vedere sbucare canguri saltellanti ai bordi della strada.

Il mare è una volta in tempesta e altra volta sembra una tavola, quando rispecchia le nuvole. Si guida piano, con calma, perché ogni pochi chilometri viene voglia di fermarsi e scattare una foto (o due… o venti). Tra gli highlight del percorso, la sosta, imperdibile, ai 12 Apostoli. Situati nello stato del Victoria, lungo la Great Ocean Road, si scorgono in mare, maestosi, una serie di faraglioni di pietra calcarea, un tempo collegati alle scogliere della terraferma, erosi dal vento e dal mare fino a diventare colonne isolate, ormai icone del paesaggio australiano. Scendiamo fino alla spiaggia per sentirci piccoli finché la marea non si fa pericolosa, e poi risaliamo per ammirarli dal punto panoramico, ormai sosta turistica e affollata ma altrettanto spettacolare. Dormiamo in modalità free camping o in campeggi lungo la strada per una doccia calda, cuciniamo con il fornello del van sul tavolino esterno, e ci concediamo qualche cheeseburger che fa molto on the road. La notte si ascolta il silenzio della natura. Tre giorni così, lontani da tutto. La strada è la vera protagonista, e noi siamo solo ospiti felici.
🦘 Kangaroo Island

Al mattino presto ci imbarchiamo con il nostro van sul traghetto per Kangaroo Island, una perla selvaggia dove il tempo sembra rallentare. L’isola è un concentrato di natura pura: qui gli animali non stanno negli zoo ma vivono liberi, e capita spesso di incrociare un canguro che ti guarda perplesso mentre parcheggi. Sostiamo in campeggi come quello di Stokes Bay (chi primo arriva, meglio alloggia) e scopriamo angoli di pura meraviglia: spiagge deserte, formazioni rocciose scolpite dal vento, foche e otarie distese a prendere il sole. Nella pianificazione dell’itinerario avevamo prenotato solo alcuni camping, e ci eravamo prefissati di arrivare nelle vicinanze di altri. Complice forse la primavera che non è alta stagione, ma anche gli spazi molto estesi che difficilmente lasciano fuori qualcuno, non abbiamo mai trovato sold out. Questo è un posto che ti ricorda quanto sia potente e fragile la natura. Più di un terzo dell’isola è protetto da riserve naturali. A ovest, il Flinders Chase National Park è conosciuto per le colonie di pinguini e le spettacolari formazioni rocciose della costa, come le Remarkable Rocks, dalle forme scultoree, e l’Admirals Arch, ricoperto di stalattiti. Anche se sulla carta sembra una piccola isola, in realtà appare selvaggia e sconfinata con un centro città essenziale ma accogliente dove trovare negozi, ristorantini e un market in cui fare scorta di provviste per il viaggio. Dopo due giorni e mezzo salutiamo l’isola e torniamo sulla terraferma, in traghetto. Mentre all’andata il viaggio è piacevole e impercettibile, al ritorno l’intera nave ha sofferto il mal di mare (me compresa). Le onde possono davvero cambiare tutto. Adelaide è la prossima meta e punto di arrivo. La strada non è meno spettacolare: vigneti e una costa selvaggia ci indicano l’approssimarsi della destinazione. Come tutti i paesaggi in Australia, che sia una foresta di aghiformi, o un campo di fiori, si estende a perdita d’occhio. Sostiamo vicino al mare, in calette degne di una pausa rigenerante, soprattutto per gli occhi. Riconsegnato il van pernottiamo una notte in una guesthouse vicina all’aeroporto in modo da prendere un Uber all’ultimo minuto l’indomani. Il soggiorno, a detta di Booking.com “gestito da un host privato”, è la villetta a schiera di un simpatico signore australiano sulla settantina in uno dei tanti quartieri residenziali di periferia che sembrano usciti da un set cinematografico, tanta è la cura con cui vengono tenute le staccionate, i giardinetti e le case. Involontariamente è stata una piacevole esperienza local. La sera ci godiamo un po’ di urban vibes con una degustazione di vini (prevalentemente frutto del trapianto di vitigni italiani e francesi) e ci concediamo una cena chic in un giapponese di ottima qualità.
🔴 Red Centre: Uluru, aborigeni e polvere rossa

Prendiamo ancora un volo interno, stavolta diretto ad Alice Springs, punto di partenza per il nostro viaggio nel cuore rosso dell’Australia: il Red Centre. Qui ci attende un nuovo camper e ancora 5 giorni on the road tra deserto, cultura aborigena, canyon e leggende. Il nostro camper è un grande upgrade rispetto al van noleggiato nella prima parte del viaggio. Ora abbiamo un 9 metri di mezzo con tanto di letto matrimoniale oversize, bagno con doccia interna e ampia zona living. In pratica un bus. Per noi è la prima volta alla guida di questa dimensioni perché in Italia, Europa e altre località che abbiamo visitato finora in camper con la sola patente B non sarebbe guidabile. Superato l’ostacolo del giro in città e del parcheggio nel supermercato di Alice Springs per i rifornimenti, è tutto in discesa. Per la strada non si incontra praticamente nessuno. Il paesaggio è monotono per ore e ore, e poi anche per giorni e giorni. Una piana sconfinata di terra rossa, arida, e una strada dritta che sembra diretta all’infinito. Finché non si intravede l’Ayers Rock, come lo chiamarono i colonizzatori europei nel 1873, un simbolo australiano a cui non avrei mai voluto rinunciare, qualsiasi fosse stato l’itinerario, una formazione rocciosa mastodontica proprio nel cuore dell’Australia. Uluru, questo il nome originario per lo stesso monolite, quello che avevano scegli gli aborigeni, è, all’alba e al tramonto, un’esperienza difficile da raccontare a parole. Il silenzio è totale, il cielo si accende di rosa e arancio, e la roccia sacra sembra quasi respirare. La mattina passeggiamo attorno ai sentieri, cercando di non finire senza acqua (nota: portate sempre troppa acqua, magari congelata). Le escursioni sono sempre possibili nelle ore più fresche, ovvero dall’alba alle 10:30 circa del mattino. Poi le temperature diventano insostenibili e vige il divieto di circolazione. Nelle ore calde si cerca l’ombra nel campeggio e c’è tutto il tempo per rinfrescarsi con un tuffo in piscina e riposare. Il caldo mette veramente k.o. Proseguiamo verso Kata Tjuta (altrimenti dette The Olgas) e Kings Canyon, altre grandi formazioni rocciose nei dintorni dove fare brevi trekking. Anche Kata Tjuta ha un profondo significato spirituale per gli Anangu. Anangu significa semplicemente “persona” o “essere umano” in pitjantjatjara e yankunytjatjara, le due lingue principali parlate da questo popolo che abita le regioni centrali del deserto australiano, i territori del Nord. Gli Anangu sono profondamente legati alla terra (Tjukurpa) — che è molto più di un concetto spirituale: è la legge, la morale, la religione e la storia. Tjukurpa (pronunciato “chu-ku-rpa”) è il “tempo del sogno”, cioè il periodo ancestrale in cui esseri spirituali crearono il mondo. Racconta le origini del paesaggio, delle leggi, degli animali e delle relazioni sociali. Ogni formazione rocciosa, albero, fiume o creatura ha un significato spirituale connesso al Tjukurpa. Uluru, ad esempio, è pieno di segni naturali, grotte e formazioni che rappresentano episodi precisi delle storie del tempo del sogno. Perciò questa è la montagna sacra per eccellenza agli aborigeni. Fino a poco tempo fa era persino possibile fare un trekking sulla formazione. Poi venne chiesto agli aborigeni se a loro desse fastidio e la risposta fu che ogni passo sulla montagna sacra fosse in realtà per loro pura profanazione. Oltre al rispetto per gli Anangu, complici i 35 morti accidentali nel corso degli anni durante la scalata, e il danneggiamento della roccia dovuto al continuo passaggio dei turisti, dall’ottobre del 2019 il trekking sulla montagna sacra è stato finalmente proibito. La decisione è stata presa dal Board di gestione del Parco Uluru-Kata Tjuta, composto in maggioranza da membri Anangu. Dopo anni di richieste da parte della comunità aborigena e un graduale calo dei visitatori che salivano sulla roccia (man mano che cresceva la consapevolezza), si è arrivati alla decisione definitiva. Torniamo poi verso Alice Springs per riconsegnare il van stanchi ma completamente rapiti da questa terra tanto dura quanto affascinante.
⛵ Salpiamo alle Whitsundays

Tempo di cambiare scenario (di nuovo): da Alice Springs voliamo verso Airlie Beach, porta d’accesso alle leggendarie Whitsunday Islands. Qui ci imbarchiamo sulla Summer Jo, una barca a vela e motori dove trascorreremo due giorni e due notti in navigazione. La vita a bordo è semplice ma meravigliosamente leggera, cullati dalle onde, pranzi in cambusa e immersioni nella Great Barrier Reef. Non facciamo nessun incontro inaspettato. A differenza dei film sugli squali lo spazio è talmente esteso che la probabilità di incontrarli è bassa, a meno che non ci si immerga in zone notoriamente popolate da squali. Senza fretta facciamo conoscenza di tutto l’equipaggio, composto per la maggior parte da appassionati sub. Ogni giorno c’è occasione di parlare con qualcuno e scopriamo che la ciurma è un bel gruppo internazionale di cui siamo gli unici italiani. La visibilità non è eccezionale ma la barriera corallina è molto suggestiva anche in snorkeling. Vale l’uscita in barca la sosta alle spiagge delle Whitsundays: sabbia bianchissima che sembra un luogo surreale. Se c’è un luogo dove dimenticarsi del mondo, è questo.
🌺 Arrivederci Australia, Bula Fiji!

Dopo una notte ad Airlie Beach, una corsa mattutina sul lungomare, relax in spiaggia, una cena a base di barramundi e l’ultimo mango frullato, prendiamo nel pomeriggio il volo per le Fiji, dove atterriamo all’alba di fine ottobre. Il volo prevede uno stop lungo a Brisbane, che possiamo visitare per un giorno intero, con pernotto. La città di Brisbane è vivibile e ben tenuta, bellissima quando le luci accendono la skyline sulla baia alla sera. Sfruttiamo questa sosta anche come occasione per immergerci un’ultima volta nella fauna australiana, visitando il Lone Pine Koala Sanctuary dove ammirare koala, canguri, serpenti e coccodrilli, ma anche tanti animali caratteristici e che non si ha sempre la fortuna di incontrare in viaggio. Gli animali hanno spazi molto ampi e i ranger si prendono cura degli esemplari più fragili o dei cuccioli. Per cena cediamo al richiamo di madre terra Italia perché ci assale una nostalgica ma incontrollabile voglia di pizza. Lungo la baia ci sono molti ristoranti italiani. Tuttavia Tripadvisor consiglia un locale più nascosto per assaggiare la miglior pizza di Brisbane. Il proprietario è un italiano che ha reso giustizia ai nostri piatti e si diverte a condividere le ricette della pasta al ragù o del tiramisù con i clienti. L’indomani il volo dura circa 5 ore. Atterrati all’aeroporto di Nadi all’alba, prendiamo il traghetto verso le Yasawa, l’arcipelago nord, dove ci aspettano spiagge di sabbia chiara, bungalow sul mare e ritmi lenti e finalmente rilassati. Torneremo poi a Sydney tra una settimana, per il volo di rientro in Italia a inizio novembre. Bula! è la parola d’ordine da ora in poi. Per i fijani è segno di benvenuto, ma anche di arrivederci e di buona fortuna.