Trekking sul Kilimanjaro

Dal Moshi Village alla cima tagliata del vulcano dormiente. 6 giorni intensi di paesaggi mozzafiato e 5 notti avventurose in campo tendato sul tracciato Machame Route.

“Pole pole” si dice in Swahili. Significa “piano piano” e diventerà quasi un mantra durante la camminata lenta, ma incessante, piacevole, ma estenuante, fino al traguardo, ambito passo dopo passo, giorno dopo giorno, per ammirare lo spettacolo della vista a 5.895 metri e godersi la soddisfazione dal Tetto d’Africa.

I SENTIERI – Ci sono in tutto 7 sentieri di varia difficoltà e durata per raggiungere la cima: Lemosho, Londorosi, Machame, Marangu, Rongai, Mweka e Umbwe. Per i turisti appassionati di trekking e curiosi il Marangu è quello più affollato ma anche il più comodo perché offre qualche piccolo confort nei rifugi con letti e punti ristoro. Machame è poco più lungo, ma più scenico, e senza alcun alloggio se non i campi tendati da costruire al punto di arrivo, e proprio per questo più avventuroso. Umbwe è una vera sfida per i più esperti e permette di raggiungere la cima in 2 giorni. Lemosho invece richiede 9 giorni tra salita e discesa. Noi abbiamo scelto il Machame, affascinati dall’idea di attraversare paesaggi mozzafiato e per la sicurezza di un migliore acclimatamento del corpo. Si sale da un sentiero e si scende da un altro. La durata del percorso può variare dai 7 ai 6 giorni, in base alla reazione fisica al temuto mal d’altitudine. Ben poche persone riescono a non accusare alcun sintomo, trai quali mal di testa, vertigini, nausea e diarrea, a causa della progressiva mancanza di ossigeno. Strategico per arrivare alla vetta sarà bere almeno 2 litri di acqua al giorno, non cedere all’inappetenza alle altitudini maggiori, vestirsi in maniera adeguata ai cambiamenti di zona climatica, indossare sempre scarpe comode e avere un buon sacco a pelo che tenga caldo fino almeno -10°C, e soprattutto pensare positivo. Guide e accompagnatori non mancheranno di ripetere “Hakuna Matata” (in Swahili “senza pensieri”), per affrontare ogni sforzo con un sorriso ed accendere la voglia di arrivare in vetta.

L’ATTREZZATURA E IL TEAM – Serviranno innanzitutto scarponcini comodi e resistenti, adatti al trekking di montagna, più strati per partire con abiti leggeri e abiti impermeabili per coprirsi bene alle temperature più estreme, che tengano al caldo durante la notte e negli ultimi giorni fino alla vetta, dove il vento può soffiare forte e le temperature raggiungono i -20°C. Saranno utili i bastoncini da trekking per avere un supporto durante la marcia e due borracce a persona con una capienza di 1 litro ciascuna. Meglio ricordarsi anche di occhiali da sole e crema solare, burro di cacao, snack e frutta secca da acquistare al supermarket prima di iniziare la scalata. Il team di scalata per sole due persone conta una guida e un accompagnatore, un cuoco e almeno 4 portatori. Uno di loro porterà l’attrezzatura necessaria, andando a passo svelto e giungendo alla tenda prima degli ospiti. Infatti la regola sul percorso, quando particolarmente affollato o stretto, è sempre: “prima i portatori”, per concedergli di avvantaggiarsi e maggior equilibrio durante la scalata con borse di cibo, vestiario, tende e attrezzatura varia da campeggio sulla schiena e sulla testa. Sarà impressionante vederli scalare e discendere a passo svelto, mentre si ripete a se stessi di continuare la marcia nonostante la stanchezza, verso la vetta o tornando al punto di partenza. I primi giorni basteranno una canotta e pantaloncini corti, ma in cima si arriva con almeno 2 paia di calzini e guanti (sopra quelli antivento da montagna), calza maglia, pantalone impermeabile da neve, più strati caldi e giaccone da neve e un bataclava per impedire di respirare aria fredda. Si danno ai porter massimo 10 kg e gli escursionisti avranno con sé solamente uno zaino con il minimo indispensabile, tra cui non può mancare acqua da bere di tanto in tanto.

DIARIO DI BORDO

Il racconto della scalata sul Machame in 6 giorni: la foresta, i fiori del deserto, le rocce laviche nel nulla, il monte Meru, le nuvole, una tenda, il porridge della mattina, il freddo della sera e il tè caldo, la vetta.

GIORNO 1: Machame Camp. Si parte dalla foresta pluviale, verde e ricca di una vegetazione talmente folta da impedire ai raggi del sole di filtrare tra le fronde. Questo tratto è abbastanza facile, in lieve salita, sebbene spesso fangoso perché bagnato dalla pioggerella e dalla costante umidità, nonostante faccia ancora caldo (al punto da rimanere in t-shirt o canotta durante la camminata). L’arrivo e punto di ritrovo delle spedizioni al termine della prima tappa è il Machame Camp. Obbligatorio firmare il “Going up book” inserendo nome, cognome, dati dell’accompagnatore, compagnia organizzatrice. Lo stesso verrà fatto in discesa, segnanosi nel “Going down book”, per poi ricevere un certificato a completamento della spedizione. Il primo campo tendato ci accoglie con dei pop-corn caldi insieme al tè, prima di cenare con un’abbondante zuppa di verdure, pollo e patate, avocado e mango.

GIORNO 2: Shira Camp. La mattina presto si sale fino ad uscire dalla foresta seguendo un tratto roccioso sotto i raggi del sole. Il monte Meru sullo sfondo si erge sopra una distesa di nuvole e sul verde delle foglie che il giorno precedente avevamo sopra le nostre teste. La vegetazione è ancora presente, meno folta e le piante sono più basse, talvolta si vedono i muschi sulle rocce. Il tragitto del secondo giorno è di media difficoltà, della durata di circa 8 ore, con alcuni tratti in salita e altri in discesa, ma non troppo complicati, senza arrampicate o eccessiva ripidità. La destinazione è Shira Cave, una piana sopra le nuvole, il monte Meru da ammirare da ogni lato, i puntini colorati delle nostre tende da osservare dall’alto di un picco panoramico poco distante a cui siamo saliti per acclimatamento. Ormai indossiamo le giacche da pioggia, guanti e un cappellino di lana. Come tutte le sere prima della vetta, la nostra guida ci misura i livelli di battito cardiaco e di ossigeno con un apposito strumento. Basta inserire il dito indice per avere in pochi secondi i valori. Sarà importante tenere sotto controllo le reazioni del corpo all’altitudine.

GIORNO 3: Barranco Camp. All’alba le nuvole rivelano una meravigliosa vista del monte Meru che fa capolino tra le nuvole variopinte di tonalità blu e rosa. Usiamo come tutte le mattine una bacinella di acqua per lavarsi le mani e la faccia. A colazione c’è, come sempre, del porridge, uova, pane tostato e il tè non manca mai. Il percorso di oggi ci porta nel cuore del deserto alpino, spoglio di vegetazione, ad ammirare paesaggi aridi di terra grigia e rocce abbagliate dai raggi del sole a sciogliere in ruscelli alcuni ghiacciai permanenti. A pranzo siamo a Lawa Tower, a 4.600 metri di altitudine. Consumiamo il pasto a sacco mentre i corvi attorno alla base di sosta sono pronti a beccare i resti del cibo lasciato dai turisti. Si riscende di quota, per acclimatarsi. Il percorso è una “whiskey road”, di difficoltà medio-alta, cosiddetto perché tracciato forte come il whiskey. Vicino alla meta ci sorprende lo spettacolo dei fiori del deserto: lobelie schiuse e palme giganti di 300 anni che si sviluppano a più rami e nate in prossimità di corsi d’acqua sotterranei. Il Barranco è arrangiato in una gola tra rocce, nuvole e piante del deserto. Il nostro team celebra l’avvicinarsi all’obiettivo finale accogliendoci vicino alla tenda con canti e balli.

GIORNO 4: Barafu Camp. Al risveglio all’alba c’è uno spettacolo di lucine della città in uno scorcio libero dalle nuvole. Beviamo il solito tè e facciamo la solita colazione abbondante. La prima parte del percorso è in arrampicata. Teniamo i bacchetti da scalata nello zaino e usiamo le mani per aggrapparci alle rocce, seguendo i consigli della guida. Si sale e a tratti si scende, in salita, sulle rocce ripide fino a vedere, a maggiore distanza, ancora il monte Meru che fa capolino nel cielo azzurro di una mattina limpida, nascosto in gran parte da una distesa soffice di nuvole bianche che coprono totalmente la regione di Arusha. Abbiamo ora il giacchetto più pesante anche se il sole picchia e perciò mettiamo la crema solare. La nostra tenda è già pronta al Karanga Camp, presso cui sosteremo solo a pranzo. La hanno sistemata i porter arrivati come al solito prima di noi e il cuoco ci ha preparato del pollo con patate e verdure. Proseguiamo in un paesaggio desolato di rocce e terra scura dove gli escursionisti sono puntini che si perdono nella vista sconfinata. Arriviamo nel pomeriggio al Barafu Camp, a 4.673 metri di altitudine. Siamo vicini alla vetta. Ceniamo. Ci riposiamo e dormiamo alcune ore. A mezzanotte inizia l’ultima scalata.

Giorno 5: Uhuru Peak. Siamo ben vestiti: 5 strati sopra e 3 sotto il busto, con pantaloni e giacchetto da neve, doppio guanto e doppia calza, un cappellino di lana ed una fascia calda, la torcia a fascia accessa sulla testa per illuminare i nostri passi durante la camminata nel buio pesto della notte. Si cammina a torso inclinato in avanti su rocce ripide e piane. La fila di gente crea uno spettacolo di luci fatte dalle torce sulla testa disposte a zig zag ad illuminare i passi. Il percorso fino a Stella Point dura 6 ore e l’obiettivo è arrivare in vetta per lo spettacolo dell’alba. Le nostre guide e quelle di altri escursionisti e gruppi iniziano a motivare i clienti incitandoci con canzoni e mantra, suggerendo di non mollare. Manca poco, ma il freddo e la stanchezza dovuta all’ossigeno che manca si fanno sentire. Facciamo pause di tanto in tanto per bere del tè caldo al ginger e mangiare cioccolata. Le energie arrivano e se ne vanno velocemente a questa altezza. A Stella Point abbracciamo sconosciuti celebrando la vicinanza alla meta. Questo è il punto di incontro tra Machame e Marangu. Mancano ancora 2 ore alla vetta. Alle luci dell’alba ci siamo quasi, si vede la vetta ed è un’emozione unica. I ghiacciai permanenti che circondano l’Uhuru Peak si tingono di rosa e non può mancare la foto ricordo con il cartello in legno a siglare la riuscita della scalata. Esausti, ma felici. 20 minuti per gioire e scattare foto a 5.896 metri e quando ormai il sole è alto può iniziare la discesa. Sciamo senza sci sulla sabbia alta e tra i sassi. Il resto del nostro team, portatori e cuoco, che ci aspettano al camp sa al nostro ritorno che ce l’abbiamo fatta, quindi il team ce l’ha fatta.

Giorno 6: Tornati alla base. Per scendere impieghiamo una mezza giornata, più una ultima notte in tenda a 3.100 metri ed un ultimo giorno di camminata in altro sentiero della foresta, molto facile, ma altrettanto estenuante, sebbene l’apporto di ossigeno permetta di guadagnare parte delle energie perse in altitudine. I ricordi della vetta restano, e rimangono indelebili, quando la gioia si mischia alla fatica di un’esperienza riuscita. L’immagine indimenticabile del monte Meru, che ci ha accompagnato per tutto il percorso, inghiottito all’alba dall’ombra imponente del Kilimanjaro, e l’idea che ad ammirare quello spettacolo ci siamo stati, sopra al Kilimanjaro.

Pubblicato da ExpLovers.net

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5 pensieri riguardo “Trekking sul Kilimanjaro

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