Giordania On the Road

Viaggio di gruppo con World Face

Come avevamo immaginato la felicità a novembre 2021?

Forse la scoperta del Tesoro a Petra.

Forse la Via Lattea nel Wadi Rum.

Forse la cascata in fondo al Mujib.

Forse la Giordania.

Quello che succede in Giordania rimane in Giordania… e poi lo scrivo sul mio blog. Come si fa a rischiare che i ricordi diventino meno nitidi e rimanga solo un sorriso per vaghe memorie? Allora cerco di fissarle in queste parole, ripercorrendo gli 8 giorni di un viaggio a bordo di 2 pulmini Honda dall’accelerazione debole in salita, e dal clacson facile nel trambusto dei centri abitati, guidati uno da me e l’altro da un instancabile driver d’eccellenza, Giovanni, in un gruppo di 17 persone, nella mia prima esperienza da coordinatrice World Face, che forse, come tutte le prime volte, non si scorda mai. Quindi, in una giornata un po’ piovosa in Toscana, e con le ore di sonno finalmente recuperate, ricordo questo viaggio di metà novembre e in una meta extra UE durante questo strano periodo che chiamiamo post Covid. Di certo, noi viaggiatori siamo tornati ad una piacevole normalità: un viaggio a dir poco intenso e decisamente vissuto al massimo. È proprio vero: chi viaggia vive un’altra vita. O forse, usa quella che ha nel migliore dei modi.

Abbiamo volato con Ryanair, partiti dagli aeroporti di Bergamo alcuni, altri da Roma e Bologna, e in tre da Palermo, per ritrovarsi tutti ad Amman. Abbiamo sbrigato le formalità di ingresso armati di esito tampone, vaccinazione e QR code, riproposti dopo i controlli in partenza. I primi erano già all’hotel, arrivati in taxi, e i ritardatari, resi ancora più ritardatari del previsto dal cambio d’orario della low cost, a ritirare i due van all’autonoleggio. Presi i pulmini, rigorosamente a benzina, con cambio automatico e un contachilometri di dubbia sincerità, ci siamo diretti verso l’hotel, ad una ventina di minuti dall’aeroporto, tra le stradine ingarbugliate della capitale, tra saliscendi e incroci, le case squadrate, la polvere della città. Le camere sono ampie e dal gusto retrò e il pavimento interamente coperto da moquette. Dal receptionist scopriamo subito che anche da chi lavora nel turismo è bene non aspettarsi un perfetto inglese, ma si arriva sempre, in qualche modo, a capirsi. La gente in fondo è ospitale e la Giordania è un paese aperto e pacifico; un Medio Oriente che sorride agli stranieri. I veli sul capo delle donne sono colorati, e i tanti controlli della polizia per le strade si risolvono in breve e con la frase “Welcome to Jordan”. I pagamenti si fanno per la maggiore in cash, e con qualche contrattazione di rito. Pagare in carta è talvolta possibile, ma con commissione di circa il 4% o più. Il cambio moneta è bene farlo all’arrivo all’aeroporto, insieme all’acquisto di una SIM per avere sempre le mappe e il credito per le chiamate d’emergenza. Si parte, finalmente, on the road.

Monte Nebo, Kerak, Wadi Musa

Ci vuole immaginazione per pensare ad un luogo della sacralità cristiana in un paese musulmano. Oppure ad un castello dei Crociati in una nazione del Medio Oriente. Eppure è realtà, in Giordania.

Iniziamo percorrendo i primi chilometri fuori dalla capitale. Strade contornate da sabbia e polvere, di tanto in tanto bancarelle di fortuna e raramente villaggi. Alla guida capiamo dall’esperienza che serve un’attenzione particolare ai dossi (sempre molto mimetici, senza cartelli e del colore dell’asfalto). Il tragitto verso Wadi Musa è interrotto da alcune soste. La prima è semplicemente fortuita e necessaria: è un piccolo agglomerato di case nel deserto, di gente che attraversa la strada in tonache e copricapi, di donne alle bancarelle della frutta e verdura, e di macchine vecchie dalla carrozzeria ammaccata, alla disperata ricerca di un benzinaio. Perché i nostri mezzi sono già in riserva prima di affrontare il lungo viaggio. La seconda comincia finalmente ad avere il sapore di questo viaggio e delle sue meraviglie: è il Monte Nebo, luogo spirituale, ad un passo da Israele, dove secondo le sacre scritture Mosè ebbe la visione della Terra Santa. Il costo di ingresso è 2 JOD a persona (no Jordan Pass). Il sito archeologico si visita con calma in circa quaranta minuti. Ha una valenza simbolica e religiosa e offre panorami sconfinati dalla sua altitudine di 800 metri s.l.m.; ci sono dei mosaici, un memoriale al profeta ebraico, e si può guardare lontano, verso la Terra Promessa.

Ripartiamo da qui verso Kerak, roccaforte dei Crociati, stavolta a 900 m s.l.m., in cui si può accedere con Jordan Pass. Il sito si visita tranquillamente in un’ora, con molta calma ed entrando nei cunicoli del castello.

Ripartiamo al tramonto e viaggiamo per circa due ore verso Wadi Musa, la località più vicina a Petra, ben organizzata a livello turistico con strutture alberghiere, ristoranti e locali. Abbiamo fatto i biglietti per il Petra By Night del giorno dopo direttamente in hotel, allo stesso prezzo della biglietteria, 17 JOD a persona. Il Jordan Pass comprende l’ingresso a Petra nella giornata, non quello in notturna. E Petra va vista bene, perché è una meraviglia del mondo. E nemmeno la preghiera della 4:00 del mattino dal microfono della moschea di fronte all’hotel che ha svegliato tutti ha scalfito l’entusiasmo.

Vista dal Monte Nebo

Petra

Patrimonio dell’umanità UNESCO, una delle 7 meraviglie del mondo moderno. La città rosa, scolpita nella pietra, fu scoperta dall’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt soltanto nel 1812. Nell’antichità divenne la capitale dei nabatei, poi fu abbandonata, abitata dai beduini nelle sue cave, dimenticata fino all’età contemporanea. Secondo gli archeologi esisterebbe ancora molto altro, un’altra Petra nascosta dalla sabbia del deserto. Il sito di Petra conta circa 800 monumenti, di cui 500 tombe. Il primo che lascia senza fiato è il Tesoro del Faraone, a cui si arriva percorrendo il Siq, una profonda gola tra le rocce. Il primo vero punto panoramico è l’altura del Sacrificio, dove i nabatei sacrificavano gli animali. Il Monastero è molto simile al Palazzo del Tesoro, ma molto più grande (50 metri di larghezza per 45 di altezza). Solo arrivando davanti ad ogni monumento, percorrendo le strade di roccia e polvere di Petra, senza ascoltare la stanchezza, ci si può sentire piccoli, emozionati, felici.

All’ingresso ci obbligano a prendere una guida, dicendo che la procedura vuole che per i gruppi numerosi deve esserci una guida ufficiale. Abbiamo pagato 50 JOD per una guida (con cartellino e certificata) che ci ha accompagnati per circa 2 ore fino al Tesoro di Petra, facendo in questo breve tragitto stop e spiegazioni. Ci ha poi illustrato il percorso fino al Sacrificio e al Monastero, che abbiamo intrapreso autonomamente. È stato comunque interessante avere una guida che ci spiegasse (in lingua inglese) la storia e nozioni su Petra prima di iniziare a camminare e scoprire tanto altro. Non è necessario, a mio avviso, prendere delle guide locali per farsi accompagnare nei siti e nei punti panoramici, perché con un po’ di intuito si possono svolgere tutti i percorsi all’interno di Petra. Attenzione, spesso i cartelli sono volutamente fuorvianti, oppure la distanza alla destinazione, espressa in minuti, è volutamente cancellata, pur di disorientare i turisti. Ci sono molti locals che si spacciano per guide (senza cartellino sul petto), ma Petra è fattibile, non serve pagare nessuno, né tantomeno promettere, perché altrimenti sarà difficile scrollarseli di dosso senza sganciare alcuni JOD. Durante la visita di giorno il gruppo si è man mano diviso, in base alla volontà di continuare a camminare. A Petra si cammina veramente tanto. Ed è giusto che ognuno si prenda i suoi tempi per ammirare Petra come si vuole, in lungo e in largo, o rilassandosi a guardare in pace questa meraviglia nel punto che più si preferisce. Chi ha sfruttato la giornata appieno camminando in lungo e in largo (Tesoro – Sacrificio – Monastero – Tesoro dall’alto, punto più alto), ha percorso 22 km a piedi in una giornata (dal contapassi del cellulare). A novembre le giornate sono brevi e alle 17:00 circa il sole tramonta. Quindi è consigliato portarsi nello zaino una torcia a fascia da tenere sulla testa, utile appena cala il sole, con cui abbiamo fatto il tratto di ritorno al bazar. I ranger pattugliano Petra dopo il tramonto e invitano i turisti ad uscire per fare i biglietti del By Night all’ingresso, e poi rientrare. Proprio sotto al Tesoro, davanti ad un bazar, vengono piano piano posizionate le lanterne, fino ad illuminare di fiammelle il complesso monumentale scavato nella pietra. L’arrivo della calca di gente toglie la vera magia al Petra By Night, rendendola una trovata da turismo di massa. Lo spettacolo consiste nel suono del flauto, lasciato propagare in acustica naturale. Eppure, il vero spettacolo è ammirare il Tesoro sotto le stelle, osservarlo dal buio alle luci rossastre dei focherelli, e attraversare poi il canyon, anche questo illuminato, in tutta pace, senza confondersi nella folla, ritornando all’ingresso. Abbiamo pernottato altra notte a Wadi Musa per partire la mattina seguente, sul presto. Wadi Musa è piena di ristoranti e locali, quindi abbiamo trascorso qui delle serate piacevoli, e anche inaspettatamente movimentate rispetto a quel che si pensa della Giordania, con musica e narghilè. La mattina seguente ci siamo fermati lungo la strada, per salutare un’ultima volta Petra dall’alto di un punto panoramico.

Il Tesoro

Wadi Rum

Arrivati al Visitor Centre abbiamo lasciato i nostri van nel parcheggio e le jeep dei beduini ci hanno accompagnati al Wadi Rum Dream Camp. Si entra nel parco con Jordan Pass. Bellissimo il campo tendato nel parco del Wadi Rum, riserva naturale protetta, la cosiddetta Valle della Luna, per il paesaggio deserto, adornato dalle montagne, formazioni erose dai millenni, dal vento e dall’acqua (wadi in arabo significa letto del fiume). Le nostre tende hanno tre o quattro posti letto ciascuna, il bagno dentro alla tenda, sono arredate con tappeti tradizionali posizionati anche sulle pareti e fatti di lana di capra. Ci sono coperte calde sui letti e hanno grandi vetrate con vista sul deserto. Per un’escursione di circa quattro ore nel deserto siamo entrati nei cassoni di tre jeep, guidate dai beduini, fino a vedere il tramonto sulle dune. La cena è stata a base di pollo e verdure, cotti in una fornace dentro la sabbia. I beduini ci hanno chiamato ad assistere allo spettacolo del pasto fumante estratto dalla terra, prima di servirlo per noi nella sala comune del camp, arredata ancora di tappeti, tovaglie e cuscini rossi con ricami e ghirigori in bianco e nero. La sera ci siamo divertiti con danze a ritmo di musica, suonata dagli stessi beduini che sono anche driver, anche cuochi, anche cammellari, anche gestori del camp (e a volte – leggenda narra – dicono anche fotografi, architetti e dottori). Non è mancata l’occasione di ammirare le stelle, in assenza di luci artificiali in questo posto magico. Abbiamo fatto alcune foto con la Via Lattea grazie ad Alessio, attrezzato di cavalletto. Chi ha voluto ha potuto fare una cammellata. Alle 5:00 di mattina siamo partiti con 8 cammelli e abbiamo fatto un breve tratto di deserto fino ad ammirare il sole sorgere davanti ad una tazza di tè e un fuoco accesso dai beduini, quando l’atmosfera è ancora fresca della notte ma i colori più caldi e le nostre ombre sulle dune più lunghe, il giorno si sveglia, e pensiamo che ne valga la pena aver sacrificato un po’ di sonno, in cambio di un altro granello di felicità.

Il cammello e il suo padrone, all’alba

Aqaba sul Mar Rosso

Le dune ci avevano affascinato tanto da non voler lasciare il campo tendato. C’era però la voglia di tuffarsi in una dei mari più belli del mondo, la curiosità di vedere altre meraviglie stavolta sotto la superficie dell’acqua.

Dopo l’alba nel deserto, e una colazione abbondante al camp, guidiamo verso Aqaba. Al Coral Garden Diving Centre abbiamo potuto dividerci a seconda delle attività di preferenza e il budget (chi ha fatto immersioni dalla barca, una o due immersioni, chi snorkeling dalla barca, chi immersioni dalla spiaggia, chi soltanto spiaggia). La prima immersione dalla barca è un relitto di una nave arenata sulla spiaggia e buttata nel mare come attrazione turistica dal governatore di Aqaba, su cui si sono depositate conchiglie e coralli. È impressionante arrivare dal blu profondo, ad una sagoma, e poi a vedere bene i contorni, la ruggine, le conchiglie attaccate al metallo del relitto, nuotando in tutta la sua lunghezza. La seconda immersione o snorkeling è alla barriera corallina. Ci sono vari resort ad Aqaba. Uno di questi è Berenice Beach Club, ben organizzato con piscina e bar per chi invece sceglie il relax totale.

Immersione al relitto

Mar Morto

La particolarità del Mar Morto è la salinità: è otto volte più salato degli altri mari al mondo. Le sue acque sono calme, quasi quelle di un lago. Qui vale la pena fare il morto a galla… E il naufragar mi è salato in questo mare.

In questa giornata abbiamo viaggiato molto e ascoltato playlist (dal pop di Britney Spears all’heavy metal degli ACDC). Le giornate a novembre sono brevi ed essendo, in genere, il Wadi Mujib, chiuso al 31 ottobre, un’alternativa di strada da Aqaba risalendo ad Amman è uno stop al Mar Morto e dintorni (resort sul Mar Morto come O Beach, o il Baptism Site, o i tratti di spiaggia libera). Abbiamo comunque tentato il Wadi Mujib, ma abbiamo scoperto che data la stagionalità eccezionale, e l’inverno ritardato, sarebbe stato comunque aperto per il solo Siq Trail, però solo in mattinata ed entro le 13:00 obbligatorio uscire dal parco del canyon. Quindi abbiamo deciso di tornare il giorno seguente da Amman, e rilassarsi con un bagno nel Mar Morto, provando la tanto rammentata esperienza di galleggiamento sull’acqua. L’accesso dalla Free Beach è libero e gratuito. Si parcheggia il van lungo la strada, accanto alle bancarelle che vendono di tutto (boccioni di acqua dolce, snack e chissà perché anche ciambelle e materassini), e si scende a piedi a riva da un pendio di roccia e sassi. Qui fanno il bagno i veri giordani, solo gli uomini, quindi le turiste devono prepararsi ad avere gli occhi addosso (per il banale ma straordinario spettacolo di mettersi in costume da bagno). Abbiamo scelto la modalità wild, sacrificando la comodità di un resort (poco genuino e costruito da multinazionali straniere) sul Mar Morto. Siamo arrivati ad Amman in serata. Il ritorno alla civiltà, con un pizzico di nostalgia della notte nel deserto e di quella pace ora interrotta dal rumore dei clacson, dallo smog del traffico e dalle luci al neon che nascondono le stelle.

Galleggiamenti in corso

Wadi Mujib

A volte certe mete bisogna meritarsele. Allora con caparbietà siamo tornati da Amman al Wadi Mujib, partendo di prima mattina per arrivare alle 9:30 al canyon. Il Wadi Mujib è una gola profonda scavata da un fiume (wadi) a 420 m sotto l.m. e considerato il “Grand Canyon della Giordania”. Il percorso in altura è l’Ibex Trail (durata percorso 4 h) ma per novembre era già tutto prenotato (mi sono informata a metà ottobre). Il Siq Trail è stato per noi l’unico percorso aperto. In estate sono possibili anche altri percorsi di varia durata e difficoltà. Il Siq costa 21 JOD a persona, senza guida. Si percorre in 2 ore, una per andare e una per tornare. Il percorso è divertente e dinamico, una sorta di trekking fluviale di media difficoltà. Se i partecipanti sono sportivi e avventurieri non avranno alcun problema. Ma chi non se la sente è bene non lo faccia, perché può essere pericoloso. Noi lo abbiamo fatto al massimo della difficoltà, perché la potenza dell’acqua si carica avvicinandosi all’inverno, quando le rare piogge rendono il wadi impraticabile, fino a costringere l’amministrazione del parco alla chiusura per ragioni di sicurezza (in genere al 31 ottobre, ma prolungata se la stagione è favorevole). Abbiamo scoperto poi che lo hanno chiuso solo pochi giorni dopo la nostra visita; quindi siamo stati davvero fortunati. L’Universo lo ha tenuto aperto per noi, e noi ce lo siamo meritato. Dicono l’acqua sia fredda, ma in realtà è sui 20 gradi. Fuori era bel tempo e alle 12:00 erano almeno 30 gradi, quindi non abbiamo patito freddo facendo il wadi la mattina e finendolo nelle ore di pieno giorno. Comunque scordatevi il sole: non passa un raggio nel canyon, sempre in penombra. All’ingresso il parco fornisce dei giacchetti attillati e galleggianti. Tutto il resto dell’attrezzatura va portata: scarpe comode, magari da ginnastica per il fitness che si asciugano facilmente e non si appesantiscono se bagnate (no scarpe da scoglio, perché si scivola sui massi), leggins o pantalone da palestra attillato, lungo o corto è uguale, maglia da palestra o canotta attillata, sotto il costume. Ci si bagna da capo a piedi, sicuro. Il percorso è intuibile e agevolato da corde a cui aggrapparsi per vincere la corrente. Si arriva a una cascata dove sfogare tutto l’entusiasmo prima di tornare indietro. Non serve prendere una guida, si può fare autonomamente soprattutto se nel gruppo si è creato un bello spirito di collaborazione, quello che avevamo dalla prima corda all’ultima, dalla prima goccia d’acqua all’ultima, dal primo sasso all’ultimo. Oltre allo spirito di squadra c’è stata anche occasione di farsi due risate quando la più vanitosa è finita sotto la potenza dell’acqua (è successo quasi subito), e senza accorgercene abbiamo preso il percorso alla leggera e con divertimento.

La cascata alla fine del Mujib

Jerash

L’antica Gerasa conserva le rovine della città romana, oggi coesistere con la città moderna tutt’intorno, in un suggestivo intreccio tra passato e presente, e tra culture lontane che si incontrano ora al confine con la storia.

Dal Wadi Mujib siamo saliti a Nord di Amman, per raggiungere Jerash, nutriti dei soliti panini fatti a colazione e delle polpettine di Falafel. Il pranzo è stato decisamente sacrificato, ma da bravi italiani: “mangeremo di ritorno a casa”, e da bravi viaggiatori: “dormiremo da morti”. Bellissime le colonne e quel che resta dei complessi monumentali da ammirare in questo sito archeologico estendersi a perdita d’occhio. A Jerash si entra con Jordan Pass. È un percorso in tempi antichi, fino agli anfiteatri e alla piazza dove si erge una delle tantissime bandiere della Giordania. Abbiamo aspettato che il sole tramontasse all’orizzonte, nei profili delle case e della città moderna che circonda il sito. Quando cala il sole, in Giordania cala il sipario, e i custodi del sito invitano tutti i visitatori ad uscire. Il Wadi Muijib ci è costato la visita ai castelli a Nord Est, alternativa se non si può fare il canyon: Qasr Al-Hallabat, il forte di Azraq, o Qusair Amra (patrimonio UNESCO considerato il castello principale di quest’area). Tornati ad Amman, in serata, siamo andati in un bel ristorante, tra i tanti della città, in cui assaggiare specialità tipiche giordane (a base di agnello, pollo, kebab, salsa humus, verdure, dolci).

La vecchia e la nuova Jerash

Amman

È il nostro ultimo giorno, e ultima occasione di visitare la capitale.Abbiamo iniziato dalla Cittadella, la parte storica di Amman, che offre anche una vista panoramica sul Teatro romano e sulla street art circostante, case diroccate e murales. Dalla Cittadella, dove abbiamo lasciato i van parcheggiati, siamo scesi al Golden Souk, il mercato dell’oro (il mercato locale nella via della gente, dove trovare spezie, frutta, carne di cammello, un via vai di persone). Ci siamo fermati in una pasticceria per assaggiare il dolce tipico di Amman (mozzarella con sopra granella di pistacchio per solo 1 JOD a piatto) e a prendere spremute di melograno e limone alle bancarelle di passaggio. Alla piazza del mercato siamo entrati nella moschea. In questa moschea tradizionale gli uomini hanno accesso alla sala principale, le donne ad una piccola stanza laterale. Allora a bordo dei van siamo saliti fino alla moschea più vecchia di Amman (chiusa), e poi siamo andati a quella più nuova (aperta); ingresso ai non musulmani per 2 JOD, donne e uomini finalmente nella stessa sala. I due van carichi di valigie e la strada verso l’aeroporto è la nostra consapevolezza che il viaggio sta finendo. Il sole annebbiato di foschia inizia a riflettere la nostra nostalgia, lasciando comunque uno spiraglio di felicità, quello dell’esperienza racchiusa nelle nostre macchine fotografiche, nei nostri ricordi, e nella condivisione di questo viaggio.

Vista di Amman dalla Cittadella

Grazie ad Alessio Montorsi, per la foto di copertina di questo articolo, Petra di notte.

Ed infine dedicato a chi ha reso questo bel viaggio particolarmente speciale, con la sua simpatia, curiosità, energia, voglia di fare e vedere, con la caparbietà di non fermarsi davanti agli imprevisti. Chi ha avuto il coraggio di partire in un momento dove non è scontato rischiare, e chi vorrà ripartire perché convinto che questo mondo sia ancora un posto meraviglioso, da scoprire con umiltà e rispetto nelle nostre diversità. Chi è povero (di JOD) e chi è ricco (di esperienze), chi ha una cultura o una religione differente, chi è nato in città o vive in campagna, oppure al mare, ma ha attraversato il deserto in jeep, e in cammello. Chi ha guardato insieme l’alba, il tramonto, e le stelle. Chi si è tuffato nel mare, sott’acqua, o galleggiando. Chi ha il coraggio di essere se stesso e in vacanza tira fuori la parte migliore di sé, quella lontana dalla quotidianità delle nostre vite casa, lavoro, supermercato, locali, lockdown. Chi ha scelto una meta comune ad altri sconosciuti, che dopo 8 giorni insieme 24 h su 24 avevano la sensazione di conoscersi da sempre, scoprendo di avere una passione in comune, quella di viaggiare: Alessio e Alessio, Giovanni, Hamza, Cristina, Melania, Letizia, Giorgia, Martina, Chris, Jessica, Valentina, Marta, Sara, Marghe, Mimmo.

Condividere un viaggio con chi ha la voglia di sorridere alla vita, di chiudere una valigia e di aprirsi al mondo è la vera meraviglia.

Margherita – ExpLover e coordinatrice World Face

Pubblicato da ExpLovers.net

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